Rodolfo Sonego. Lo sceneggiatore dell’uomo comune e dell’emigrante

Redazione | 11 febbraio 2025 alle 14:31 | 0 commenti

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Rodolfo Sonego (Belluno, 1921 – Roma, 2000) era nato da genitori originari di Puos d’Alpago, dove visse per un periodo della sua infanzia, fino a che la famiglia, per motivi di lavoro del padre, si trasferì a Torino. Lì frequentò l’Accademia di Belle Arti, ma con lo scoppio della guerra ritornò in Alpago, unendosi a un gruppo di partigiani. Terminata la guerra, si trasferì a Venezia, dove frequentò gli studi dei più famosi artisti contemporanei. Lì si fece notare, però, soprattutto come comunicatore, e fu invitato a Roma a raccontare le sue vicende personali in guerra.

La Roma del Dopoguerra, pur essendo povera, era in grande fermento artistico e Sonego si ritrovò a confrontarsi con le opere dei neorealisti diventando, in breve, uno degli sceneggiatori più acclamati, richiesti da registi di fama internazionale quali Rossellini, Fellini, Lattuada, Risi, Zampa, De Laurentiis, per non citarne che alcuni. La sua fama è, tuttavia, legata soprattutto al grande attore Alberto Sordi, con il quale strinse un sodalizio professionale e d’amicizia che durò alcuni decenni. Sonego ritornò spesso in Alpago, dalla mamma e dalla sorella, anche se poi trasferì la famiglia d’origine a San Pietro di Feletto, dove anch’egli visse per un decennio.

Una recente intervista al figlio Giulio ha aperto una finestra sulla vita, sia professionale sia privata del padre, e ha fatto emergere una visione più completa dello sceneggiatore, intervistato da Viviana Carlet, per conto del LagoFilmFest di Revine Lago, in occasione del progetto Rodolfo Sonego100, al quale ha partecipato Massimo Benvegnù, critico cinematografico e docente all’Università di Udine e al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. E così, quasi per caso, emergono varie esperienze di emigrazione anche nella sua famiglia, che si ripercuotono in alcune sue sceneggiature, tanto da indurre il critico Benvegnù ad affermare che in Sonego «c’è una grande attenzione per l’emigrazione; egli ci ha lasciato delle testimonianze rare e fortissime sulle grandi conflittualità dell’italiano all’estero, come per esempio nel film “Il diavolo” con Sordi, ambientato a Stoccolma, o “La ragazza con la pistola”, che si svolge a Londra, o, ancora, “La ragazza in vetrina”, storia di minatori che fanno una gita ad Amsterdam». Secondo il critico questo suo impegno andrebbe riconosciuto, tanto quanto quello di autore della commedia all’italiana, di narratore dell’uomo comune italiano, dell’uomo mediocre.

Il figlio Giulio, invece, racconta della vita vissuta con un tale padre; di come, da bambino, vista la vita non convenzionale dei genitori, circondati da attori e registi che invadevano la loro casa di Roma, fosse stato portato dalla nonna a Puos d’Alpago, dove frequentò le scuole elementari. Racconta poi della vita da girovago del padre, sempre in possesso di un biglietto aereo aperto, della sua permanenza, per un decennio a New York, negli Stati Uniti, che egli amava moltissimo. E racconta anche un altro episodio di emigrazione famigliare in Australia. «Partì quasi per caso, però con l’idea di fare qualcosa sugli emigranti in Australia. Andò a trovare la sorella e prese tanti appunti, viaggiando in treno da Melbourne a Perth. Ritornò in Italia con la sorella che non rimpatriava da alcuni decenni e con l’idea per un film, che fu poi girato con Alberto Sordi e Claudia Cardinale, dal titolo “Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata”». Prosegue il figlio Giulio, dermatologo a Roma: «Continuava a viaggiare, a fare esperienze casuali nel mondo; aveva bisogno di confrontarsi con persone, con altri tipi di esperienze quotidiane. Quando lavorava ad un nuovo soggetto, con un gruppo di giovani collaboratori, aveva bisogno del confronto, gli serviva la visione della macchina da presa messa da una posizione diversa dalla sua».

Irene Savaris

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