Riscaldamento in montagna e caro energia: perché l’IVA sul pellet al 22% è un’ingiustizia che penalizza le terre alte

Redazione | 26 settembre 2026 alle 23:27 | 0 commenti

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Quando le prime gelate autunnali bussano alle porte delle vallate bellunesi e delle Dolomiti, per migliaia di famiglie residenti nelle terre alte si riapre una partita economica che non ammette rinvii: la stima dei costi del riscaldamento. Vivere in montagna non è un bene di lusso, ma un’opzione di presidio del territorio e di appartenenza alle proprie radici. Eppure, osservando il trattamento fiscale riservato ai combustibili per il riscaldamento domestico, sorge il dubbio che la quota di calore necessaria a superare i lunghi mesi invernali venga ancora considerata dalla burocrazia statale alla stregua di un extra superfluo.

Al centro della discussione c’è l’aliquota IVA applicata al pellet, tornata dal 1° marzo 2024 al suo regime ordinario al 22%, dopo la parentesi temporanea del 10% introdotta dal Governo per fronteggiare la fase più acuta della crisi energetica.

Un bene primario trattato come un bene di lusso

Nelle zone montane come la provincia di Belluno, dove il metano non raggiunge capillarmente tutte le frazioni o dove le caratteristiche morfologiche dei centri abitati rendono la stufa a biomassa la scelta energetica più razionale ed ecologica, il pellet rappresenta una primaria fonte di sostentamento.

Applicare un’imposta sul valore aggiunto pari al 22% a chi acquista una tonnellata di pellet significa equiparare la legna pressata — fonte d’energia pulita e rinnovabile per eccellenza — a beni di consumo non essenziali. A parità di funzione riscaldante, la legna da ardere in ciocchi beneficia di un’aliquota agevolata al 10%, creando una palese e ingiustificata disparità di trattamento all’interno della stessa filiera agroforestale.

Se nelle grandi città di pianura l’accensione dei termosifoni è questione di poche ore al giorno per cinque mesi l’anno, nei comuni d’alta quota la stagione termica si prolunga spesso per sette o otto mesi. Il peso dell’imposta indiretta finisce così per gravare in modo sproporzionato sulle economie domestiche montanare, sulle pensioni degli anziani che rimangono a custodire i paesi e sulle giovani famiglie che decidono di non spopolare le vallate.

Equità sociale, ambiente ed economia circolare

Ridurre in via strutturale l’IVA sul pellet dal 22% al 10% non costituirebbe una concessione, ma un atto di equità territoriale e sociale.

Le motivazioni a supporto di questo intervento normativo poggiano su tre pilastri fondamentali:

  • sostegno al contrasto allo spopolamento – ridurre i costi fissi della vita in montagna è l’unico modo concreto per incentivare la residenzialità e sostenere chi affronta quotidianamente i disagi logistici delle terre alte.
  • transizione ecologica e filiera locale – il pellet è un biocombustibile sostenibile che valorizza gli scarti della lavorazione del legno, promuovendo un’economia circolare propria dei territori montani e riducendo la dipendenza dai combustibili fossili d’importazione.
  • lotta all’evasione fiscale e al mercato nero – un’imposta al 22% incentiva le vendite sommerse e l’acquisto informale privo di tracciabilità; riportare l’IVA al 10% stabilizzerebbe il mercato, garantendo maggiori tutele sui controlli di qualità del prodotto e la certificazione delle emissioni.

Servono scelte politiche coraggiose

L’argomentazione tecnica spesso adottata per rinviare il taglio dell’imposta riguarda la copertura finanziaria e il calo del gettito fiscale per le casse dello Stato. Tuttavia, si tratta di una visione miope: le minori entrate dirette verrebbero compensate dal recupero dell’emersione del sommerso e, soprattutto, dai minori costi sociali necessari a contrastare la povertà energetica e lo spopolamento delle aree interne.

Per una provincia come quella di Belluno, radicata nella propria identità e da sempre attenta alla sostenibilità e al rispetto del territorio, la questione dell’IVA sul pellet è un banco di prova di sensibilità politica verso le esigenze reali della montagna. Riportare l’aliquota al 10% nella prossima manovra di bilancio significa riconoscere che il calore per una casa ad alta quota non è un privilegio, ma un diritto elementare.

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