Gesù risponde a Giovanni: segni di salvezza e grandezza dei piccoli

Francesco D Alfonso diacono | 13 dicembre 2025 alle 21:10 | 0 commenti

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Domenica III di Avvento – Anno A 14 dicembre 2025

Dal Vangelo secondo Matteo (11, 2-11).

In quel tempo Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. 4Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”.
7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto:

Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.

11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

Nel brano evangelico odierno, in risposta alla ambasceria inviatagli da Giovanni il Battista, il quale fa domandare se sia lui il Cristo o se si debba aspettare qualcun altro, Gesù compie dei “segni” che sono un chiaro riferimento all’opera divina di salvezza. Ma è una risposta indiretta, perché Gesù desidera aprire i cuori alla fede, piuttosto che fare dichiarazioni esplicite. Lascia perplessi, tuttavia, l’atteggiamento del Battista: egli ha annunciato la venuta di uno più grande di lui, lo ha descritto con immagini forti – battezzerà con il fuoco, separerà la pula dal grano – ma dinanzi alla lentezza con cui ai suoi occhi il Regno si manifesta, ora che è in prigione entra nel dubbio, sembra sconcertato da ciò che gli appare forse troppo discreto, teme di avere sbagliato nel riconoscere in Gesù il Messia atteso da Israele. La prova della tentazione è comprensibile: la prigione attutisce gli echi di ciò che avviene all’esterno e forse deforma anche i ricordi, come quello del battesimo di Gesù nel Giordano, mentre la sofferenza per l’ingiustizia subita può lasciar trapelare il dubbio sui tempi e i modi dell’intervento salvifico di Dio. In fondo, il messianismo di Israele era caratterizzato dalla attesa della manifestazione vittoriosa di Dio, ma anche dalla assenza della fase intermedia del suo intervento nella storia, fatta di gradualità e pazienza.

Gesù, invece, mostra lo stile di Dio: l’Incarnazione, irruzione dell’Eterno nel tempo, avviene nella semplicità e nella discrezione. Anche le cose più prodigiose appaiono nell’umiltà. Dio non vuole stupire gli uomini, anche se c’è di che stupirsi per il modo scelto da Dio di entrare in relazione con noi; vuole invece toccare il nostro cuore, perché rispondiamo alla rivelazione dell’Amore misericordioso con l’amore riconoscente di figli. Egli affida agli inviati di Giovanni la testimonianza della sua opera di guarigione, di liberazione, di salvezza: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”.

Anche l’elogio che Gesù tesse di Giovanni parlando alle folle rivela lo stile di Dio; Giovanni, dice Gesù, è il più grande fra i “nati da donna”, egli è più che un profeta, perché ha preparato la via dinanzi a lui, eppure “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Gesù, cioè, oppone alla grandezza secondo l’Antico Testamento, che egli pur riconosce, la grandezza secondo il Vangelo, quella dei piccoli e dei semplici, che si fidano di Dio. Ciò non esclude, evidentemente, che Giovanni sia poi entrato in questa grandezza: occorreva, come condizione, assumere uno sguardo capace di riconoscere la potenza di Dio nella debolezza, assumere lo stile di Dio, che cerca chi è perduto agli occhi del mondo per salvarlo, non per giudicarlo. Anche se poi il giudizio ci sarà, ma sarà tale contro chi avrà giudicato, contro chi avrà mancato di misericordia. Per questo nel Vangelo risuona così frequente l’invito a non temere, ma piuttosto ad essere costanti nella fede e a vigilare nell’attesa della venuta del Signore, il quale premierà coloro che hanno creduto e si sono mantenuti fedeli.

Assumere lo sguardo di Dio sugli altri e su di noi, divenire misericordiosi, è questo il modo per prevenire il giudizio: passare dalla logica del mondo, che premia l’orgoglio e il successo, alla logica del Vangelo, che sceglie la povertà e la debolezza e privilegia la pazienza, affinché ogni uomo possa convertirsi ed essere salvato.

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