Il banchetto delle nozze e l’abito della fede: la parabola dell’invito rifiutato e dell’impegno richiesto

Francesco D Alfonso diacono | 09 ottobre 2026 alle 17:50 | 0 commenti

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XXVIII Domenica T. O. – A

Dal Vangelo secondo Matteo (22, 1-14).   

Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: 2“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. 12Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”.

L’immagine del banchetto offerto da un re per le nozze del figlio, simbolo nella parabola evangelica del regno di Dio, si ricollega ad un filo ricorrente di tutta la Bibbia, quello dell’alleanza fra Dio e il suo popolo descritta come un patto nuziale. Se nell’Antico Testamento questo patto era stato stipulato con il sacrificio di animali, nel Nuovo Testamento l’alleanza è stipulata mediante il sangue del Figlio, pegno di redenzione per tutti gli uomini. Ma il banchetto evoca, insieme alle nozze, la festa e la gioia per coloro che sono invitati. Ora sembra davvero strano che gli invitati decidano per le più varie ragioni di non partecipare al banchetto, eppure è quanto Gesù afferma con questa parabola, indirizzata ai capi dei sacerdoti e ai farisei. Chi era stato chiamato da Dio ad una alleanza per la salvezza ha preferito correre dietro i propri interessi illusori, scegliendo così degli idoli, e giungendo persino ad uccidere gli inviati di Dio. Ma Dio non ritira il proprio dono e la promessa, piuttosto invita altri che prendano il posto dei primi: “Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala di nozze si riempì di commensali”.

Questa parabola, come quelle precedenti della vigna, indica con chiarezza che un nuovo popolo di chiamati prenderà il posto di Israele, perché il progetto di Dio non rimane vano e quanti si riconoscono bisognosi di salvezza la riceveranno in abbondanza. Ma a questo tema, già proposto nelle precedenti parabole, se ne aggiunge nel testo di Matteo uno nuovo che, secondo gli esegeti, doveva far parte di un’altra parabola, quella della veste nuziale, e che riguarda le condizioni per entrare nel banchetto, dunque per accedere al Regno: fra gli invitati raccolti ai crocicchi delle strade ve n’è uno che non indossa l’abito nuziale e il re lo fa cacciare dal banchetto. La conclusione del brano, relativa alla prima parte della parabola, è l’insegnamento che Gesù intendeva proporre: “Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. L’insegnamento è certo rivolto ai sacerdoti e ai farisei, ma nella seconda parte riguarda anche i discepoli, coloro cioè che hanno preso il posto dei primi chiamati: anche tra loro si può trovare qualcuno che non ha rispettato le condizioni di accesso al Regno.

Il significato della parabola è chiaro: il dono di salvezza è per tutti, “cattivi e buoni”, ma non può essere accolto senza impegno. Per comprendere questo occorre ricordare che, nelle case dei ricchi, venivano messe a disposizione degli invitati delle vesti da indossare all’ingresso. Dunque rifiutare la veste corrispondeva ad uno sgarbo grave, che equivaleva a disprezzare l’invito. L’amarezza nella conclusione di Gesù esprime la delusione profonda di Dio dinanzi al rifiuto dell’uomo: Dio ha donato tutto con il suo unico Figlio, ma può accadere che il dono non venga apprezzato. Il monito è dunque per noi cristiani, chiamati a condividere la vita del Regno, perché non ne veniamo esclusi, perché non ripetiamo l’errore di quanti, come i sacerdoti e i farisei, pur conoscendo la legge, non ne hanno osservato il cuore.

La condizione per entrare nel Regno è l’osservanza del comandamento di Cristo, l’amore per Dio e per il prossimo. Questa veste ci è donata nel Battesimo e nella vita cristiana: non è vanto dell’uomo, ma opera dello Spirito, purché lo si lasci operare. E l’azione di Dio è senza misura un’azione di salvezza rivolta a tutti gli uomini e apportatrice di una gioia piena, capace di eliminare il male e la morte.

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