Il metro di Dio e la misura dell’uomo

Francesco D Alfonso diacono | 19 settembre 2026 alle 23:18 | 0 commenti

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XXV Domenica T.O. – A (20 settembre 2026)

Dal Vangelo secondo Matteo (20, 1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Commento alla Parabola

Il brano evangelico odierno propone il confronto tra il modo di pensare di Dio e quello degli uomini, la sproporzione tra lo sguardo di Dio aperto alla misericordia verso tutti e quello umano limitato da criteri di giustizia che diventano fonti di privilegio.

La sottolineatura della differenza, anzi della sproporzione tra il pensiero di Dio e quello dell’uomo, richiamata spesso nell’Antico Testamento, indica l’alterità radicale tra Dio e il mondo, la trascendenza di Dio nei confronti del creato, la sua unicità e purezza. Ma la trascendenza di Dio non indica lontananza, bensì totale vicinanza all’uomo, che si esprime nell’intenzione di perdonare con larghezza e di usare misericordia verso tutti. Dio non giudica con grettezza e con categorie di giudizio determinate dalle tradizioni umane, non si lascia condizionare da visioni religiose che sono vere e proprie ideologie mondane, ma offre a tutti la sua misericordia e vuole che gli uomini entrino nel suo modo di pensare e di operare.

Nel testo di Matteo il tema è proposto con accenti di novità nella parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna. La parabola è raccontata per spiegare l’affermazione dell’ultimo versetto del capitolo 19, che riporta il detto popolare dei “primi-ultimi” e degli “ultimi-primi”, citato alla conclusione della promessa del centuplo fatta da Gesù ai discepoli che hanno lasciato tutto per seguirlo, e ripreso nella conclusione della parabola. Gesù racconta di un padrone di casa che cerca lavoratori per la sua vigna e va a cercarli a tutte le ore del giorno: la giornata lavorativa del tempo era computata in dodici ore e il padrone chiama gli operai dall’alba fino alle cinque di sera, l’undicesima ora.

Al momento della paga, che veniva consegnata a fine giornata, con sorpresa e delusione dei primi tutti ricevono la stessa somma, cioè il denaro pattuito alla chiamata. Alle rimostranze di chi era stato chiamato tra i primi il padrone risponde offrendo il proprio metro di giudizio: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».

Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. Qual è la differenza tra il punto di vista di Dio e quello degli uomini? Sta soprattutto nella larghezza e generosità con cui Dio elargisce i suoi doni. Gli uomini sono molto attenti a quanto ritengono sia loro dovuto secondo il merito o le capacità; in questo modo si crea una graduatoria che lascia ai margini i più deboli o i meno fortunati. In fondo, quale merito c’è ad essere chiamati per primi? Il principio di uguaglianza tra gli uomini si limita al criterio di corrispondenza tra riconoscimento e merito.

Dio invece guarda al bisogno universale di salvezza, alla necessità che ciascun uomo sperimenta di essere liberato dal male e di ricevere la vita in pienezza: non hanno motivo di esistere per lui le precedenze e i privilegi, che invece contrapponevano gli Israeliti ai pagani, anzi il suo sogno è proprio quello, espresso da molti profeti, di formare di tutti i popoli un solo popolo.

Gesù con l’offerta della sua vita ha abbattuto la barriera esistente tra Ebrei e pagani, facendo dei due un popolo solo (cfr. Ef 2): tutto il Vangelo è una risposta di Dio al bisogno di salvezza dell’uomo, di ogni uomo, senza discriminazioni di sorta e senza che nessuno possa vantare meriti dinanzi a Dio.

Al tempo di Gesù erano i farisei e gli scribi i più accesi difensori del privilegio, i più attenti al rispetto delle norme che separavano i puri dagli altri, giudicando puro ciò che era sovente fondato su elementi di tradizioni umane. Gesù affronta questa mentalità con decisione, mostrando di trattare i peccatori e gli esclusi con bontà e misericordia, parlando della preferenza di Dio per i piccoli e i poveri e offrendo segni di perdono a quanti la mentalità del tempo giudicava già condannati. Anche le sue parabole, come quella del padre misericordioso o quella degli operai nella vigna, mirano a correggere la visione ristretta dei benpensanti, che come il fratello maggiore della prima parabola o gli operai chiamati all’alba della seconda, credono di poter fissare i limiti della misericordia di Dio sulla scorta dei propri criteri.

Oggi si può ancora cadere in una visione “mondana” della fede o della Chiesa, quando si rinuncia a proporre il Vangelo a tutti, piuttosto che accettare i rischi di percorrere, come suggeriva Papa Francesco, le periferie del nostro tempo. Ma il Vangelo è proprio per i luoghi dell’abbandono e del degrado, del dolore e dello scacco: questi luoghi hanno bisogno di luce e speranza e di qualcuno che sia disposto a farsene testimone.

Oggi noi cristiani possiamo ancora contraddire il messaggio evangelico, cioè l’annuncio della salvezza di Dio per tutti gli uomini per mezzo del suo Figlio incarnato, riducendo il messaggio ad una dottrina, piuttosto che renderlo lievito di vita rinnovata e segno di rigenerazione e di gioia per una umanità ferita e malata. Ma possiamo anche diventare con Gesù cercatori instancabili di pecore smarrite, puntelli coraggiosi di quanti l’esistenza ha deposto, novelli paralitici, nei crocicchi dell’indifferenza, balsamo di consolazione per gli innumerevoli piagati del corpo e dello spirito.

Non c’è limite di orario per entrare in questo servizio. Non c’è limite di tempo o di situazione di vita per accogliere la chiamata a diventare operai di un mondo nuovo. Per ciascuno c’è l’invito sorprendente ad entrare, ora, anche se il tempo dovesse apparire ormai scaduto, nel progetto di salvezza di Dio. A ciascuno che accoglie questo invito è promesso, come al buon ladrone del vangelo, il dono della vita. Essere ultimi non è una condanna, ma un rovesciamento di prospettiva nella misericordia di Dio.

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