Tempo fa ho letto un interessante articolo sullo stato della lingua italiana in Svizzera. La ricerca ha analizzato in particolare i testi ufficiali redatti a livello federale e li ha confrontati con altri analoghi scritti in burocratese italico. Ecco, l’italiano elvetico è molto più comprensibile di quello scritto da coloro che si credono i discendenti di Dante, solo perché usano un italiano oscuro, difficile e settoriale molto amato dagli azzeccagarbugli di manzoniana memoria.
Uno dei motivi individuati dagli studiosi è da ricercarsi nel fatto che i testi originali dei documenti ufficiali svizzeri sono redatti in tedesco e poi tradotti nelle altre lingue nazionali. La qualità e la chiarezza del testo di partenza è fondamentale per il successo o meno di una traduzione ben fatta. Il lavoro dei traduttori è, infatti, più semplice quando riescono a capire senza particolari problemi contenuti scritti con una sintassi lineare e un lessico accessibile.
Personalmente sono convinto che uno dei parametri più importanti per definire l’efficienza di un Paese riguarda il tipo di comunicazione usato nei confronti dei propri cittadini e, purtroppo, tutti noi abbiamo fatto i conti almeno una volta con l’italiano strano usato negli uffici pubblici
Un giorno un mio studente, molto bravo in italiano, è venuto da me con il verbale di una multa per sosta vietata presa durante un suo viaggio nella Penisola. Niente di grave, ma si trattava di un’ingiunzione di pagamento scritta in modo incomprensibile.
Avete presente “addì, il sottoscritto verbalizzante, ha accertato che il conducente” e poi una lunghissima frase, senza punti o virgole, redatta in un italiano freddo e innaturale? Una non-lingua usata esclusivamente per l’uso e consumo del comando dei vigili urbani, ma non del cittadino (italiano o straniero) che vorrebbe anche capire le parole scritte su quel foglio di carte.
«Perché scrivono così?», mi ha chiesto lo studente.
«Forse perché qualcuno crede stupidamente che per esercitare il proprio potere bisogna usare formule magiche come “abracadabra” o “simsalabim” per impressionare il “pubblico”», ho risposto.
E così lo studente ha fatto un esperimento, chiedendo alla cosiddetta intelligenza artificiale (IA) di riscrivere quel testo in un linguaggio più semplice. Il risultato è stato non solo ottimo, ma la lingua era anche più “umana” rispetto a quella macchinosa del vigile.
C’è chi vede questo nuovo mezzo di comunicazione con grande sospetto. Io, per esempio, non l’ho mai usato perché preferisco ancora affrontare da solo le mie debolezze linguistiche e culturali, senza trucchi e inganni. Però è innegabile che l’IA possa essere molto utile se viene usata correttamente. Essa dipende, infatti, dalla tipologia dei compiti che noi esseri umani in carne ed ossa diamo alla macchina. E se sbagliamo a dare le informazioni che ci servono, allora il risultato può essere deludente anche se scritto con l’IA.
Alcune settimane fa, per esempio, mi è arrivato un messaggio in tedesco scritto da un italiano che non ha mai studiato la cosiddetta “lingua di Goethe”. Ha usato l’IA e me l’ha comunicato anche con una certa enfasi, facendomi notare che oggi con la nuova tecnologia tutti sono in grado di parlare (non scrivere!) Schweizerisch. È vero, l’IA può aiutare molto per la comprensione dei popoli. Peccato solo che nel suo messaggio ci siano stati due piccole incongruenze:
- incongruenza numero uno a livello contenutistico: non esiste una lingua svizzera, ma lo svizzero tedesco, cioè lo Schweizerdeutsch, diviso in vari dialetti;
- incongruenza numero due a livello grammaticale: Schweizerisch è un aggettivo, non un sostantivo. In genere, comunque le grammatiche tedesche preferiscono usare Schweizer con la lettera maiuscola (per esempio Schweizer Käse “formaggio svizzero”).
Questo piccolo esempio dimostra che dietro una produzione scritta apparentemente perfetta, si nascondono sempre degli errori commessi in partenza dall’essere umano che non conosce le cose.
Ma chi sono io per correggere l’IA?
Raffaele De Rosa


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