«Si sente che ormai vivi da tanti anni nella Svizzera tedesca», mi disse un giorno una collega italiana. «Perché?», le chiesi.
«È il tuo accento. Hai acquisito una cadenza alemanna che ogni tanto emerge mentre parli in italiano», mi rispose la collega con un sorriso di complicità.
Rimasi un po’ sorpreso da questa affermazione. Certo… ero ben conscio dei fenomeni presenti in situazioni di plurilinguismo quando due o più lingue si possono influenzare reciprocamente a vari livelli, ma non mi ero mai reso veramente conto che anni di contatto linguistico con il tedesco avessero lasciato il segno anche sulla mia inflessione quando parlo la mia prima lingua… quella che credo di conoscere meglio.
In genere ho sempre considerato l’accento come una specie di “marchio di fabbrica” che ci accompagna fin da piccoli. In Italia, per esempio, si può riconoscere piuttosto bene l’origine di una persona semplicemente ascoltandola per pochi istanti: un veneto e un siciliano hanno chiaramente un accento completamente diverso quando parlano l’italiano. Personalmente ho sempre considerato questa varietà di inflessioni dialettali come una ricchezza linguistica del nostro Paese.
Il nostro “marchio di fabbrica” lo portiamo con noi naturalmente anche quando vogliamo/dobbiamo apprendere una lingua straniera. Secondo l’opinione comune di molti non solo bisogna impararne la grammatica e il lessico, ma si deve anche essere in grado di riprodurne in modo ineccepibile anche l’inflessione.
In realtà poche persone riescono ad apprendere una lingua straniera eliminando completamente anche l’accento di origine. Queste difficoltà sono evidenti soprattutto a partire dall’età adolescenziale. Le cause di queste difficoltà sono di tipo neuro-cognitivo. I risultati sono evidenti in generazioni di ragazzini/adulti che si sforzano di parlare inglese, francese o tedesco a Scuola cercando di imitare un accento nativo praticamente impossibile da conseguire in certe condizioni.
Il fenomeno osservato dalla collega sul mio italiano è diffuso anche tra tante altre persone emigrate in età giovanile/adulta in un Paese straniero. Credo che l’adozione spontanea di una certa inflessione straniera nella propria prima lingua sia inevitabile quando ci si trova costantemente a contatto con uomini/donne che parlano in un modo diverso dal tuo. Mi viene in mente l’italiano parlato da Carla Bruni o Monica Bellucci… quel tocco di francese rende il loro italiano speciale e, almeno per me, anche seducente.
Tutto dipende comunque da come ci si pone di fronte agli accenti “strani” acquisiti. Alcuni vedono questo camuffamento linguistico come un atteggiamento altezzoso mirato a rinnegare le proprie origini. Altri, invece, ritengono che saper imitare anche l’accento di una lingua straniera sia indispensabile per raggiungere la “perfezione” al di là dell’aspetto lessicale/grammaticale. Credo che questa sia anche l’aspirazione di molti insegnanti di lingua straniera non di madrelingua che fanno di tutto per sembrare parlanti nativi.
Per quanto mi riguarda ho imparato a non badare più al mio accento e ad accettare così anche le mie imperfezioni linguistiche. Se ho veramente qualcosa da dire lo faccio tranquillamente in tedesco/inglese con il mio accento italiano e in italiano con il mio eventuale accento tedesco/alemanno. Questo funziona grazie anche all’apertura mentale di chi mi ascolta.


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