Diversità linguistica e culturale

Raffaele De Rosa | 09 aprile 2025 alle 18:20 | 0 commenti

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La Svizzera, come è noto, è un Paese in cui sono ufficialmente riconosciute ben quattro lingue nazionali: tedesco, francese, italiano e romancio grigionese (diviso a sua volta in vari dialetti). Il plurilinguismo elvetico, per questo motivo, è considerato un modello virtuoso all’interno dell’Europa, anche se la situazione reale è molto più complessa e contraddittoria. In ogni caso gli svizzeri sono fieri della loro unicità.

Le persone che frequentano i miei corsi rimangono, dunque, stupiti quando mostro la complessità linguistica dell’Italia. Una delle attività che mi piace di più fare a gli studenti è quella di individuare l’origine dei parlanti in base ai loro accenti. Per esempio, come modello veneto (padovano) faccio ascoltare brevemente un monologo di Andrea Pennacchi, mentre Montalbano (recitato dal romano Luca Zingaretti) va bene per sentire certe sonorità sicule. Le maschere della Commedia dell’Arte offrono tantissimi spunti in tal senso e certe caricature dialettali sono sempre attualissime.

Ma in Italia ci sono anche diverse isole linguistiche dove, da secoli, si parlano lingue di origine diversa rispetto a quella dei dialetti circostanti. Parlo qui dei tedescofoni delle montagne venete, trentine, friulane, piemontesi e valdostane, dei ladini dolomitici, degli sloveni in terra friulana e giuliana, degli occitani delle Alpi piemontesi, dei franco-provenzali della Val d’Aosta, dei catalani di Alghero, degli albanesi dell’Italia meridionale, dei croati del Molise o dei greci del Salento e del reggino. I discendenti di queste minoranze linguistiche si possono trovare anche tra le migliaia di emigranti italiani in giro per il mondo.

Un giorno ho improvvisato una lezione di italiano parlando proprio dei cimbri, cioè dei discendenti dei carpentieri (Zimmerleute) e boscaioli emigrati nel Medioevo dalla Germania meridionale tra le montagne vicentine e veronesi, con nuclei di famiglie stanziate anche sull’Altopiano del Cansiglio. Ho fatto ascoltare ai miei studenti un telegiornale prodotto dalla comunità di Luserna-Folgaria, in Trentino, e ho osservato i loro volti, concentrati nel cercare di capire una lingua per certi versi familiare per loro, ma lo stesso di difficile comprensione. Per gli studiosi la lingua cimbra è un relitto di un dialetto bavarese meridionale che, nel corso dei secoli, ha ricevuto influenze grammaticali e lessicali da parte dei dialetti veneto-trentini limitrofi. Nonostante l’isolamento geografico, le comunità cimbre erano, per necessità, plurilingui perché, nella loro vita quotidiana, dovevano usare, oltre al proprio idioma, anche le lingue dei vicini di valle e di pianura.

Tra gli emigranti veneti in Svizzera ci sono anche i cimbri. E la terra elvetica ha favorito, nonostante tutto, l’incontro tra cittadini italiani di origine diversa. Pensate, per esempio, al matrimonio tra un figlio di genitori “tedeschi” dell’Altopiano di Asiago e una figlia di genitori “albanesi” della provincia di Cosenza! Io ne conosco uno, i loro figli parlano italiano e svizzero tedesco, ma capiscono il vicentino e il calabrese dei nonni, con qualche traccia di cimbro e albanese.

Quando si parla di “purezza” linguistica e culturale non bisogna mai dimenticare che il nostro Paese è, in realtà, sempre stato aperto a influenze di ogni tipo. Le interferenze reciproche tra i nostri dialetti e l’italiano scritto/parlato sono quotidiane, mentre l’apporto lessicale proveniente da altre lingue è già presente nel latino. L’italiano moderno senza il greco, l’arabo, le lingue germaniche, il francese, lo spagnolo, ecc. non esisterebbe. E leggere il “De vulgari eloquentia” di Dante, senza preconcetti, potrebbe essere molto utile.

Per questo motivo, da linguista, rimango molto perplesso di fronte a certe idee puriste che si stanno facendo largo nel nostro Paese. Una lingua “pura” è, infatti, una lingua “morta” e a me, invece, piace insegnare una lingua viva e piena di “difetti”.

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