Sono solo canzonette

Raffaele De Rosa | 08 marzo 2025 alle 05:40 | 0 commenti

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L’italiano è la lingua musicale per eccellenza, quella del melodramma e dei cantanti che amano la rima “cuore/amore” o un “bicchiere di vino con un panino”. E poi la lingua della musica è proprio l’italiano: piano, forte, allegro, andante, minuetto, soprano, tenore, ecc… sono parole conosciute senza problemi anche all’estero.

Il tedesco fa paura perché troppo gutturale, forse per questo è difficile associare la famosa canzone di Nena “99 Luftballons” con un testo pacifista.

Il francese è elegante, ma troppo snob con tutte quelle consonanti nasali e la r-moscia. In ogni caso Edith Piaf o Charles Aznavour sono artisti apprezzati anche in Italia.
Lo spagnolo sembra una mitragliatrice di sillabe sparate a ritmo di reggaeton, dopo aver attraversato il flamenco, la salsa, il merengue e il tango.

Il portoghese del fado lo conoscono in pochi. Tutti, invece, si immaginano una lunga passeggiata sulle spiagge di Rio de Janeiro con “A garota de Ipanema”, possibilmente in costume microscopico.
Sull’inglese, infine, c’è poco da dire. Molti (anche tra gli anglofoni) capiscono poco di quello che cantano certi interpreti. Provate a tradurre i testi di alcune rapper e poi mi dite! In ogni caso l’inglese funziona bene in tutto il mondo e se vuoi avere successo internazionale, devi cantare in questa lingua.

Si tratta solo di alcuni (pre)giudizi personali sul connubio tra lingua e musica che riguardano, naturalmente, tante altre lingue.
Sulla qualità della musica trasmessa in Italia ho sentito dire tante cose. C’è chi si lamenta della presenza di troppa musica straniera e vorrebbe limitarla. Altri non approvano le tendenze attuali dei giovani cantanti italiani, ritenute troppo superficiali. Personalmente ascolto molto la radio e, da quando ci sono le applicazioni sui telefonini, sono spesso sintonizzato su stazioni radiofoniche italiane. Devo ammettere che certe volte faccio fatica a comprendere acusticamente i suoni delle parole di alcune canzoni nella nostra lingua. Percepisco sillabe ridotte al minimo, vocali allungate oppure scomparse. Interessante, poi, l’apertura sistematica della vocale /e/ che si trasforma in “pärchä” o “viäni con määä”, che rende tutto un po’ “milanese abbruttito” anche a Roma o Palermo. E vogliamo parlare dei cantanti che cantano con la zeppola (tecnicamente “sigmatismo”, cioè con la /s/ “strana”? A dirla tutta, mi sembra che alcuni abbiano perfino una patata in bocca. Ma forse è un problema solo mio.

I puristi si richiamano al bel canto di una volta e rimpiangono le canzoni di Albano, Celentano, Cotugno, Modugno o Nilla Pizzi. Altri, invece, sono ancora più fondamentalisti e lodano solo i melodrammi di Verdi, Puccini o Bellini. Chi preferite Madame o Cecilia Bartoli? Mozart o i Cugini di Campagna? I gusti musicali, per fortuna, sono molto soggettivi.

Ai puristi della musica cosiddetta “colta” vorrei solo fare notare una cosa: anche le arie delle opere liriche sono difficili da comprendere perfino con il testo sotto gli occhi. Il lessico è pieno di arcaismi che pochi comprendono oggi. E vogliamo parlare di certi virtuosismi vocalici, con alti e bassi, che non fanno capire per niente la scansione delle sillabe e il confine tra una parola e l’altra? Io, per esempio, per diverso tempo ho pensato che “la donna è un mobile, qual spuma al vento”.

Insomma, secondo me non ha senso fare confronti tra cantanti e generi musicali di epoche diverse. Sono solo canzonette, non mettetemi alle strette.

Raffaele De Rosa

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