Africa, 60.000 anni fa: queste sono le coordinate spazio-temporali che, secondo l’ipotesi più accreditata, grazie a evidenze paleografiche e archeologiche, permettono di contestualizzare l’ondata di successive uscite dall’Africa da parte di Homo sapiens. Proprio a seguito della sua diffusione all’interno del continente euroasiatico, iniziò a determinarsi la differenziazione delle “macropopolazioni” così come le conosciamo oggi: quelle occidentali, orientali e oceaniche. Sono stati rinvenuti esemplari di Homo sapiens dal torrido deserto della Dancalia, nel Corno d’Africa, alle isole Ellesmere, nel Canada settentrionale, a soli 800 chilometri dal gelido Polo Nord.
Quel bipede dalla postura eretta e dotato di un’intraprendenza senza pari ha progressivamente conquistato il pianeta, superando avversità e pericoli, che lo portarono più volte sull’orlo dell’estinzione.
I genomi delle popolazioni non africane portano i segni di questa grande diaspora degli esseri umani moderni dall’Africa, nota convenzionalmente come “Out of Africa” (“Fuori dall’Africa”).
Ci sono voluti quasi cento millenni affinché le nostre antiche tribù, dalla Rift Valley, si diffondessero in tutta l’Africa. Ma improvvisamente la storia ha accelerato i tempi. Nel giro di poche migliaia di anni diverse ondate determinarono la fuoriuscita dal continente originario e la conquista dell’intero mondo, in concomitanza con la rivoluzione degli strumenti del Paleolitico e l’attestazione delle prime forme di espressione simbolica.
I sapiens divennero quindi una delle poche specie animali che si diffusero in ogni angolo del mondo, dimostrando un’incredibile resilienza e una spiccata capacità ad adattarsi al caldo torrido e umido e al freddo secco e pungente. Da quel momento gli uomini moderni hanno colonizzato tutti i continenti. Dapprima l’Asia, poi l’Australia, l’Europa e infine, circa 16.000 anni fa, le Americhe. Sapiens non aveva una meta. Perché una meta non esisteva. Davanti ai suoi occhi si apriva solo l’ignoto, che diveniva noto ad ogni passo compiuto. Ogni passo era una scoperta, una conquista. Si trattava di una migrazione cresciuta di circa un chilometro all’anno. Ritmo, questo, che ha portato, in circa diecimila anni, l’uomo dall’Africa alla Cina.
Fu, proprio quando mise piede fuori dall’Africa, che Homo sapiens scoprì di non essere solo. Poche migliaia di anni prima che gli Egizi costruissero le piramidi, i sapiens incontrarono altre specie loro cugine: i Neanderthal in Europa, gli eredi di Homo erectus sull’isola di Giava, l’uomo di Denisova in Siberia e Homo floresiensis, scoperto nella remota isola indonesiana di Flores. Durante il suo viaggio Homo sapiens non si è solo incontrato con le altre specie, ma ha anche generato degli ibridi, così come dimostrano le analisi del DNA, quantomeno con i Neanderthal.
Non solo contingenze legate ai mutamenti ambientali e climatici portarono l’uomo a muoversi, ma anche la curiosità. Il frenetico viaggio dell’uomo ha quindi impedito sia l’isolamento biologico, che quello culturale.
Migrazioni, incontri e trasformazioni non cessarono neppure quando tutte le terre del pianeta furono colonizzate. Si è passati quindi dalle migrazioni verso terre sconosciute, nelle parti più remote della terra, a migrazioni verso terre conosciute. Il viaggio di Homo sapiens prosegue ancora oggi, giorno dopo giorno, con quasi sette miliardi di individui che popolano la Terra. Esistono quasi settemila lingue diverse, diversi colori della pelle, diverse forme degli occhi, diverse forme del naso, diverse stature, diverse culture, ma una sola storia comune scritta nel genoma, in grado di annientare ogni differenza.
Alla fine la civiltà umana non è altro che un fantastico garbuglio di ingredienti frutto di un’impresa collettiva iniziata in Africa, 60.000 anni fa.
Sara Balcon



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