La frontiera di ghiaccio. La chimera geografica del Polo Nord

Sara Balcon | 12 dicembre 2024 alle 16:42 | 0 commenti

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L’immensa coltre di ghiaccio, nota come Artide, rappresentò per millenni la frontiera più settentrionale del mondo conosciuto; un barriera insormontabile, un luogo inaccessibile. Le lande ghiacciate al di là del Circolo Polare Artico generavano un misto di paura, fascino e curiosità, tanto da diventare, a partire dal XIX secolo, una delle principali ambizioni dei pionieri dell’esplorazione.
Nel corso della storia dell’uomo, solo pochi gruppi umani, come le comunità di eschimesi, si erano addentrati in questi territori, insediandosi nelle aree periferiche del Polo Nord.

Fu grazie alle innovazioni tecnologiche che l’Ottocento diede la reale possibilità all’uomo di raggiungere il Polo Nord, ovvero un punto posto a 90° esatti di latitudine.

La curiosità per queste terre, così lontane e inospitali, maturò inizialmente con gli interessi delle industrie baleniere, ai quali si aggiunsero ben presto gli interessi militari dei governi che ricercavano obiettivi strategici e il desiderio di conoscenza degli scienziati.
I Britannici organizzarono svariate spedizioni polari con l’obiettivo di individuare il cosiddetto “Passaggio a Nord-Ovest”, ossia la rotta di collegamento tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico. Alle esperienze britanniche si aggiunsero quelle statunitensi e l’epilogo delle spedizioni era sempre il medesimo: le grandi distese di ghiaccio bloccavano e affondavano le navi, mentre il freddo, la stanchezza e la fame stremavano l’equipaggio. Fallimentari furono anche la spedizione tedesca degli anni ‘70 dell’Ottocento, che però portò alla scoperta di un nuovo arcipelago, denominato Terra di Francesco Giuseppe (l’allora imperatore asburgico) e quella del capitano britannico George Nares del 1875, che si fermò a settecento chilometri di distanza dalla meta finale.

Straordinaria fu l’impresa dell’esploratore norvegese Fridtjof Nansen che, navigando con la Fram, una nave il cui scafo era stato progettato per sopportare l’urto dei ghiacci, e successivamente proseguendo a piedi, riuscì a battere il record delle precedenti missioni avvicinandosi sempre più al polo.

Anche l’Italia ebbe la sua parte nelle esplorazioni polari, migliorando il risultato norvegese, grazie alla spedizione guidata da Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che, nel 1900, si fermò a trecentottantuno chilometri dalla meta tanto agognata.
Fu proprio il Novecento a restituire i nomi di coloro che per primi posero i loro piedi nel punto più a settentrione del pianeta. Le dispute, sorte per la contesa di tale primato, tra gli statunitensi Robert Peary e Frederick Cook si risolsero con un nulla di fatto e oggi la maggior parte degli esperti ritiene che nessuno dei due raggiunse realmente il Polo Nord. Bisogna dunque attendere la guerra fredda per avere la prima spedizione che raggiunse in modo incontrovertibile il Polo Nord. Mentre gli statunitensi optarono per utilizzare il sottomarino Nautilus per raggiungere il 90° di latitudine, navigando sotto la banchisa, i russi preferirono raggiungere il polo dal cielo. Fu così che nel 1948, il gruppo di uomini guidato dal colonnello Aleksandr Kuznecov, una volta lanciato da un aereo a poca distanza dal Polo Nord, sconfisse l’inacessibilità di questa distesa di ghiaccio.

Il 1969 fu invece l’anno del britannico Wally Herbert (nella foto). L’esploratore riuscì nell’impresa di attraversare in solitaria l’Artico, divenendo la prima persona ad arrivare al Polo Nord a piedi e mettendo quindi fine a una serie di tentativi, fallimenti e dispute che si protraevano oramai da più di un secolo.

Sara Balcon

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