È latino e significa “dove vai?”. Si tratta anche del titolo di un celebre film degli anni Cinquanta, una delle poche espressioni che un po’ tutti si ricordano senza essere latinisti. Per gli amanti del rock ci sarebbe anche il gruppo degli “Status quo”. E non dimentichiamo tutti i latinismi entrati in italiano attraverso l’inglese (per es. “exit” o “mass media”).
Il ministro della pubblica istruzione vorrebbe introdurre lo studio del latino nelle scuole medie.
“Cui prodest?”. A chi serve il latino oggi? E soprattutto a che cosa serve?
Ho studiato latino e greco antico al liceo. I miei ricordi non sono piacevoli, venivo rimandato a settembre alternativamente in una delle due materie. La responsabilità era mia. Non riuscivo, infatti, a capire il motivo per cui io, giovane adolescente in crisi ormonale e caratterialmente scostante, dovevo trasformarmi in un esimio classicista e tradurre in italiano brani linguisticamente e stilisticamente complicati, totalmente avulsi dal loro contesto testuale.
La cosa che rendeva, per me, ridicola tutta quella manfrina è che, a quindici/sedici anni, dovevo lavorare su traduzioni già fatte da studiosi esperti di retorica ciceroniana, poetica virgiliana o maieutica socratica. Tutto, infatti, era già presente nei manuali pieni di note a piè di pagina che contenevano commenti su come interpretare un lemma o un tempo verbale.
E i più furbi, tra i quali non c’ero io, si attrezzavano per copiare le riflessioni dei grandi pensatori del passato, spacciandole per loro. Per compiacere gli insegnanti e ottenere buoni voti si fanno tante cose ingegnose e io, anche da quel punto di vista, ero piuttosto pigro e disinteressato. Ma era, appunto, un problema mio.
Sull’importanza delle lingue classiche a scuola si leggono e sentono tante cose “pro et contra”. Io posso solo dire questo: aver studiato lingue classiche non mi ha reso più intelligente di altri, ma quello che ho imparato allora mi serve oggi per comprendere le lingue moderne.
Sono diventato un linguista e certi concetti sul “lessico”, sulla “grammatica” e sulla “sintassi” (tutte parole greche) fanno parte del mio “patrimonio” (parola di origine latina, come gran parte del lessico italiano) professionale. Attraverso il greco, poi, ho un accesso facilitato nella lettura di alcune lingue slave come il russo, il macedone o il bulgaro. In questo, forse, ho una marcia in più rispetto ad altri che non hanno studiato le lingue classiche, ma non posso dimostrarlo scientificamente.
All’università ho imparato ad applicare le nozioni imparate al liceo. È stato come comporre un grande puzzle di informazioni disordinate sparse nella mia memoria per creare un’immagine esaustiva sul funzionamento delle lingue. Ho avuto la fortuna di incontrare i docenti giusti al momento giusto, tutto qui.
Ma quanti hanno potuto sfruttare le loro conoscenze di latino e greco antico dopo gli studi liceali, al di là di citazioni estemporanee usate per mostrare la propria inutile erudizione e impressionare gli altri? Non molti, credo.
Adesso c’è l’idea di inserire il latino nei “curricula” (plurale di “curriculum”) delle scuole medie. Ci sono insegnanti competenti e motivati in grado di parlare in modo semplice dei casi a ragazzini di 13 anni? Come la mettiamo con le declinazioni? E il sistema verbale? La sintassi? Quali autori faranno tradurre? Bisognerà imparare tutto a memoria, come si fa da decenni, oppure c’è qualcuno in grado di affascinare gli scolari parlando dell’antica società romana con occhi moderni? E questo insegnante idealista avrà anche uno stipendio adeguato per i suoi sforzi?
Modificare i programmi sulla base di capricci estemporanei fatti da ministri che si improvvisano esperti di didattica e pedagogia mi sembra solo fuffa. I problemi della Scuola italiana sono molto gravi e non si risolvono certo con poche ore di latino alla settimana.
“Mala tempora currunt”… la traduzione chiedetela ai ministri. Quanti di loro hanno studiato il latino?
Raffaele De Rosa


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