La lingua morta

Raffaele De Rosa | 15 febbraio 2025 alle 02:24 | 0 commenti

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Tempo fa ho visto la serie televisiva tedesca Barbaren in lingua originale… in latino, con i sottotitoli in tedesco. Si tratta di sei episodi in cui è narrata la battaglia di Teutoburgo, avvenuta il 9 d. C., tra le legioni romane del generale Publio Quintilio Varo e le tribù germaniche condotte da Arminio, l’ex-comandante della cavalleria ausiliaria passato al nemico, perché lui stesso era un “barbaro”.

La battaglia, durata tre giorni, terminò con l’annientamento di tre legioni e la morte del generale.
Dal punto di vista storico, questo avvenimento rappresenta un punto di svolta importante: l’espansione romana nell’Europa centro-settentrionale si fermò praticamente sul Reno, lasciando i territori al di là del fiume definitivamente in mano ai cosiddetti “barbari”.

Se, invece, i romani avessero vinto, forse i destini culturali, linguistici ed economici del nostro continente sarebbero stati diversi. L’uso del latino sarebbe stato adottato anche da altre popolazioni germaniche o slave e avrebbe sostituito, con il tempo, altre lingue un po’ come è avvenuto in Gallia o nella Penisola iberica. Naturalmente questa è una semplice ipotesi basata, comunque, su quello che è effettivamente successo in molte zone dell’Impero.

Nella serie televisiva Barbaren la ricostruzione degli eventi storici è stata molto semplificata per ragioni di sceneggiatura. Più interessante si è rivelata, secondo me, la scelta linguistico-filologica fatta dagli autori: i romani parlano in latino, i germani in tedesco. Gli attori sono quasi tutti di lingua tedesca, ma il loro latino è impeccabile, anche se “straniero”. Il generale romano Varo è, invece, interpretato da un attore italiano e il suo accento denota questa sua “latinità” di fondo.
L’uso del tedesco è giustificato dal fatto che, in mancanza di un certo tipo di documentazione sulle lingue germaniche parlate in quel periodo storico, gli autori hanno preferito usare la propria lingua, cioè quella dei “barbari” moderni, per essere più credibili.

I romani, nella serie, sono i cattivi. Sono gli invasori che opprimono le tribù germaniche e il loro latino suona, per questo motivo, in modo molto arrogante, ma è lo stesso attendibile, perché si tratta di una lingua che poteva essere effettivamente parlata, come lingua franca, da soldati di varia provenienza geografica.

Ai tempi del liceo i testi dei classici latini, che dovevo tradurre faticosamente in italiano, mi sembravano complicatissimi nelle loro strutture grammaticali e sintattiche. E poi non avevo nessuna preparazione filologica e la mia ricostruzione di questa lingua dipendeva molto dal fato scolastico influenzato, a sua volta, dalla benevolenza delle divinità della didattica.
Secondo me il merito di una serie televisiva come Barbaren (in Italia recentemente è stato trasmesso anche Romulus in latino arcaico) è quella di aver dato finalmente una vita e un corpo a una lingua che sta alla base delle varietà romanze parlate oggi in tutto il mondo. Se ascoltiamo con attenzione quello che viene detto nei dialoghi in una lingua apparentemente straniera, ci accorgiamo che, con il tempo, riusciamo perfino a capirla in diversi punti, pur non essendo degli specialisti. Basta essere di lingua italiana per avere un accesso “facilitato” a quel tipo di latino.

Più in generale, comunque, credo che la visione dei film in lingua originale, magari con i sottotitoli, sia molto importante per sviluppare una certa sensibilità linguistica. Oggi, con i mezzi di comunicazione a nostra disposizione, questo è possibile farlo senza problemi in tutte le lingue, “vive” e “morte”.

Vedere un film in latino, dunque. Cui bonum? Beh… potrebbe servire a capire meglio perché parliamo in un certo modo. Cui prodest? Beh… gioverebbe a tutti, credo.

Carpe diem et ad maiora!

Raffaele De Rosa

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