L’Olimpiade di Parigi è stata archiviata con uno strascico di chiaroscuri che hanno accompagnato le gare, talvolta anche disturbando gli stessi atleti e oscurando le loro prestazioni. Ancora una volta ci si dimentica che un atleta olimpico punta tutta la sua carriera sull’occasione a cinque cerchi inseguendola per quattro anni. Poi, vada come vada, egli meriterebbe, sempre e comunque, di essere apprezzato dal pubblico – troppo spesso solo tifoso – per il lavoro, il sacrificio, la fatica messi in campo al fine di raggiungere l’obiettivo. Ancor di più quando si sfiora la medaglia o si è vittime di un errore arbitrale, di una scorrettezza dell’avversario, peggio ancora di un malcapitato infortunio che fa sfumare l’impresa.
Al di là di tutto ciò, comprese le acque sporche della Senna, l’Olimpiade francese ci ha consegnato due morali importanti che precedenti edizioni mai avevano prospettato a chi ama sinceramente lo sport nel pieno rispetto dell’impegno di ogni singolo atleta partecipante.
La prima morale riguarda lo spirito di gruppo, che deve essere un valore determinante dei giochi olimpici secondo l’ottica del suo creatore nella versione moderna, il barone Pierre De Coubertin, che ambiva a migliorare l’uomo e l’ambiente sociale in cui viveva attraverso lo sport. Egli era convinto che forza d’animo, fiducia in se stessi e comportamento corretto, raggiungibili con maggiore semplicità attraverso lo sport, potessero essere uno strumento efficace per educare e preparare i giovani alle sfide del futuro: «Uno per tutti, tutti per uno». Esempi in tal senso si sono notati tra gli azzurri e le azzurre di pallavolo femminile, ginnastica artistica, scherma, nuoto.
La seconda morale, la più bella e la più limpida in chiave olimpica, ce l’hanno sciorinata Julio Velasco e Fefè De Giorgi, i due allenatori delle nostre squadre di pallavolo, l’uno medaglia d’oro, l’altro di… legno! Meritano apprezzamento per il coraggio di dire basta all’ansia da prestazione, all’idolatrazione del risultato eclatante, alla denigrazione di chi non è salito sul podio. Sono tutti meritevoli di elogio e di ringraziamento per avere onorato al meglio il nostro Tricolore. E non importa se l’Italia ha “vinto” la classifica per nazioni di quarti e quinti posti! Tutti hanno fatto fatica, tutti hanno dato il loro massimo.
Se trasportiamo tutto ciò dal mondo dello sport a quello dello scenario della vita sociale quotidiana, ben si capisce che se ne potrebbe ottenere un’ulteriore morale, assai utile a migliorare la convivenza tra di noi. In tal senso, a riguardo del dibattito sui maggiori problemi politici, sociali ed economici, si potrebbe finalmente dire basta al clima da Bar Sport o da curva degli ultras che vede gli italiani animati sempre da pregiudizi, animosità, rancori personali e via di questo passo.
l buon barone De Coubertin aveva visto giusto nel 1896, perché credeva fortemente nella lealtà e nell’intento, per chi pratica una disciplina sportiva, non di misurarsi contro gli altri, bensì di mettere se stessi alla prova.
Dino Bridda, direttore responsabile di “Bellunesi nel mondo”




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