Tra pizza, gelato ,kebab e sushi

Raffaele De Rosa | 06 giugno 2025 alle 18:24 | 0 commenti

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Uno dei modi più facili per imparare una lingua straniera si trova nei menù dei ristoranti. Tutti noi abbiamo fatto, almeno una volta, l’esperienza di trovarci di fronte a un foglio che contiene parole strane ed esotiche, difficili da capire. E questo vale anche per le nostre varietà dialettali. Pensate, per esempio, al turista italiano o estero che si trova di fronte a “polenta e schiz” o “pastin” in un locale delle Dolomiti bellunesi! E in Liguria che cosa vi fa pensare la parola “brandacujun”?

La lingua italiana, in questo senso, ha esportato nel mondo decine e decine di parole di carattere culinario a causa dell’emigrazione di milioni di persone in giro per il mondo, che hanno portato con sé le proprie tradizioni culinarie, magari mescolandole con quelle dei Paesi di accoglienza. La parola “pizza”, insieme a “mafia” e “ciao”, è il caso più emblematico di questo dono lessicale al mondo. E non dimentichiamo “spaghetti”, “maccheroni”, “pesto”, “tiramisù”, “panna cotta”, “rucola” o “gelato”. Proprio grazie ai gelatieri, spesso originari della provincia di Belluno, si sono imposti gusti come la stracciatella o il pistacchio (spesso pronunciati “stracchiatella” e “pistaccio”).

A causa di questa popolarità gastronomica della lingua italiana posso ritenermi piuttosto fortunato come docente. I miei studenti, infatti, partono con un bagaglio lessicale costituito da diverse centinaia di parole conosciute in italiano. Quando iniziai io a imparare la lingua tedesca, invece, conoscevo solo “Bier” da usare naturalmente in un tendone all’Oktoberfest.

Da diversi anni, comunque, altre realtà gastronomiche si stanno diffondendo in Italia con l’immigrazione straniera. All’inizio erano solamente le grandi città italiane come Milano, Torino, Genova o Roma ad avere ristoranti etnici. Oggi praticamente ovunque è possibile trovare ristoranti cinesi, giapponesi, indiani, maghrebini o persiani. E così anche in Italia è diventato normale mangiare dal kebabbaro che offre carne (di pecora o di manzo) allo spiedo (“kebab” in turco significa “grigliato” e deriva dall’arabo “kebap”) insieme a “pide” di ogni genere. Nella vicina Grecia esiste il “gyros” che indica una pietanza molto simile a quella turca. La parola turca “pide”, invece, deriva dal greco “pita” cioè “pane piatto” (in tedesco esiste anche la parola “Fladenbrot”), a sua volta alla base della parola “pizza”.

E vogliamo dire anche qualcosa sulla parola “sushi” che significa “riso condito con aceto” da servire in vario modo? La cosa interessante è che la maggior parte dei ristoranti sushi in Europa è gestito da non giapponesi. Lo stesso, comunque, sta avvenendo anche per molte pizzerie o gelaterie gestite da non italiani. Devo dire però che, almeno per me, il passaporto conta solo fino a un certo punto per saper preparare bene una pietanza. E così essere italiani non significa automaticamente essere bravi a fare gli spaghetti alla amatriciana o le orecchiette con le cime di rape.

Le parole, dunque, viaggiano insieme alle persone e il commercio è uno dei modi migliori per divulgarle. È un fenomeno che è sempre esistito, perché gran parte degli esseri umani si sposta da un luogo all’altro per scelta, per necessità e purtroppo anche per costrizione. Conoscere l’etimologia delle parole, cioè la loro origine e la conseguente diffusione, aiuterebbe molto a comprendere l’insensatezza di certe posizioni puristiche diffuse tra coloro che evocano sostituzioni etniche e culturali di ogni tipo.

Da un po’ di tempo, comunque, ho notato anche un rovescio della medaglia di questa situazione: l’omologazione, verso il basso, nell’offerta culinaria. Basta girare per una qualsiasi città italiana o straniera per osservare ormai una sequenza infinita di locali che offrono gelati, pizze, cappuccini, panini, sushi o kebab a turisti vogliosi di trovare sempre le stesse cose ovunque. Spesso la qualità è pessima e i prezzi sono incredibilmente alti. Il caso di Venezia, in questo senso, è un esempio negativo che dovrebbe far riflettere molto. Ecco, personalmente trovo tutto questo un po’ triste.

Raffaele De Rosa

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