Questo giornale è stato chiuso all’indomani della scomparsa di Papa Francesco e prima dell’apertura del Conclave chiamato a sceglierne il successore. Nel frattempo l’unica certezza sulla quale argomentare è l’eredità del Magistero di Bergoglio. Ecco qualche riflessione quale umile contributo all’odierno dibattito.
In questi tormentati anni, pieni di lati oscuri, siamo andati spesso alla ricerca di risposte alle inquietudini di un mondo in preoccupante crisi, infatti quando fa buio siamo indotti a cercare la luce. Ma nel panorama dei governanti del globo, delle élite intellettuali, di chiunque ha il dovere di accendere un lume per segnare la strada da percorrere, si manifesta talvolta incapacità a dire una parola autorevole contro riarmo, guerre, ingiustizie. Tanta e troppa mediocrità rivela la servitù a interessi che nulla hanno a che vedere con le vere istanze dei popoli che ne soffrono le conseguenze.
Su tale scenario quella di Papa Francesco è stata spesso l’unica e credibile voce levata sopra il silenzio della desertificazione dei valori a difesa degli «uomini e delle donne di buona volontà», dalla vecchia Europa alla «fine del mondo», espressione cara a lui che con tali parole si autodefinì presentandosi a noi dalla loggia della Basilica di San Pietro.
È stato un Papa che ha messo al centro del suo ministero l’uomo e la donna del XXI secolo. Un Papa capace di parlare alla mente e al cuore di ciascuno e di farsi capire anche e soprattutto dagli ultimi della Terra: poveri, scartati, abbandonati, scacciati e sfrattati dalla propria casa come i migranti. Da queste colonne non possiamo non ricordare la sua parola decisa a difesa di questi ultimi come fecero i venerati apostoli delle migrazioni Madre Francesca Saverio Cabrini, i vescovi Geremia Bonomelli e Giovanni Battista Scalabrini e via dicendo. D’altro canto Jorge Mario Bergoglio era discendente di una famiglia piemontese emigrata in Argentina: ci piace qui ricordarlo perché ciò risplendeva nel suo dna.
Leggendo le encicliche “Fratelli tutti” e “Laudato si’” si comprende che Papa Francesco era dotato di grande profondità spirituale riassumendo in sé la terrena bontà di Giovanni XXIII, la sofferenza d’intelletto di Paolo VI, la sapienza della catechesi popolare di Giovanni Paolo I, la coinvolgente comunicativa di Giovanni Paolo II e la solidità dottrinale di Benedetto XVI. Ovvero un buon mezzo secolo di storia di una Chiesa-caleidoscopio che sa sempre fare sintesi nel segno del Vangelo.
Per credenti e non credenti Papa Francesco deve rimanere una fonte inesauribile di speranza e non è a caso che proprio la Speranza è la cifra del Giubileo che stiamo vivendo. I popoli ne sono di certo consapevoli, ma nelle “stanze dei bottoni” delle nazioni si è altrettanto convinti? Oppure in quelle “stanze” la Speranza non è contemplata perché è sopraffatta da troppi fattori negativi: cinismo della guerra, corsa sfrenata dell’economia, distruzione dell’ambiente, dilagare di un individualismo sordo all’amore e alla fratellanza?
Rimanendo in fiduciosa attesa del nuovo successore di Pietro, cerchiamo di fare della Speranza l’arma (brutta parola!) più efficace per far sì che tutto il magistero di Papa Francesco rimanga a splendere sui destini dell’umanità. Dipenderà anche da ciascuno di noi nella propria piccola dimensione. Ricordiamoci che ci ha sempre spronati a non dire: «Questo non si può fare». Compito facile? No, ma quali alternative ci restano? La pace è nelle nostre mani, il Padreterno può solo benedirle.
Dino Bridda



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