Una raccomandazione del parroco di Salce, don Fortunato Larese, datata 1923, parlava di lui come di un «buon muratore e un gran lavoratore». Qualità che però non bastavano a far fronte alla povertà e alle difficoltà di sostenere una giovane famiglia. In quei primi anni Venti del Novecento, Luigi Caviola dovette emigrare per l’America, destinazione Argentina.
Non era la prima volta che affrontava una situazione di difficoltà. Classe 1891, allo scoppio della Prima guerra mondiale fu arruolato e mandato a combattere sulla linea del Piave. Alcuni scritti gelosamente conservati dalla fidanzata, Angela Bortot, assieme a delle fotografie, testimoniano la sua presenza al fronte, a Giavera del Montello.
Rientrato, nel 1919 si sposò e nel 1920 nacque la sua prima figlia, Maria, seguita da Nicolò nel 1921 e da Bepi nel 1922. Un documento del 1923 attesta un suo impiego nella Croce Rossa, ma l’anno successivo la disponibilità risulta non rinnovata.
In quel periodo, Luigi acquistò un terreno a Giamosa, firmando delle cambiali che non riuscì ad onorare. Con tre figli piccoli e un terreno da pagare, la partenza non fu certo una scelta spontanea.
In Argentina trovò subito un lavoro che gli consentì di mandare regolarmente a casa del denaro con cui la moglie Angela riuscì a pagare i debiti e a mandare a scuola i figli. I bambini conservavano con cura le loro pagelle, sperando di poterle presto mostrare al papà. Ma da lui, che dal fronte era stato uno scrittore appassionato, per oltre dieci anni giunsero solo i vaglia con i soldi. Per il resto, nemmeno una riga.
Terminate le elementari, i tre ragazzi vennero mandati a servizio. Maria a Napoli, dove rimase fino all’età di sedici anni, per fare ritorno solo nel silenzio di una bara. Nella lettera con cui ne comunicavano il decesso, i signori lodavano il suo prezioso servizio e chiedevano se nella parentela ci fosse per caso un’altra giovinetta da mandare subito a Napoli.
Nicolò, il secondogenito, a nove anni ottenne occupazione in una fattoria di Torino, trovando anch’egli la morte, di lì a qualche anno, lontano da casa e in giovane età. Nel frattempo, lo aveva seguito il fratello Bepi, la cui tempra più robusta gli permise di raggiungere i novant’anni.
Rientrato dal capoluogo piemontese per il servizio militare nell’aviazione, ad Aviano, Bepi si innamorò di una ragazza di Forni di Sopra. I due si sposarono e si stabilirono a Salce, nella casa della madre. Del padre, invece, ancora nessuna notizia, solo il timbro dei vaglia, almeno fino al 1931. Poi, nemmeno più quelli. Ma ecco che, nel 1933, arrivò da Buenos Aires una serie di missive con la sua firma. Luigi scriveva prima dall’ospedale e poi da casa. Raccontava di essersi infortunato cadendo da un’impalcatura. Rimessosi, ma non del tutto, riusciva solo a svolgere piccoli lavori saltuari, giusto il necessario per pagarsi le medicine. La sua situazione era così critica da costringerlo a chiedere alla moglie l’invio di denaro con cui rientrare. Una richiesta che però non poteva essere esaudita. Luigi tentò allora con il Consolato italiano, ma non trovò il sostegno sperato. Per diverso tempo continuò a scrivere lettere dal suo letto, dicendo che una signora polacca gli portava ogni giorno del tè caldo. Poi, più nulla. Solamente nel 1964 una cugina della moglie la informò che Luigi era ancora vivo, e che si trovava poco lontano dalla foce del fiume Paraná. Non teneva più i contatti con nessuno, nemmeno coi vecchi amici del cantiere. Ormai disciolti i legami familiari, nessuno lo andò a cercare. Morì senza che se ne sapesse nulla.
Tiziano Dal Pont




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