L’argomento relativo al movimento delle persone in cerca di lavoro e di un’esistenza migliore è molto delicato da trattare. Abbiamo a che fare con esseri umani, ognuno con la propria storia ed esperienza di vita, e non con cose inanimate e prive di sentimenti. Ciò premesso, anche nell’attuale momento storico mi sembra più che giusto ricordare le generazioni del nostro territorio che ci hanno preceduto e hanno dovuto emigrare per trovare una sistemazione migliore alla loro vita e a quella delle loro famiglie.
Ora, siamo noi a ospitare e dar lavoro agli stranieri, mentre in passato quasi tutte le famiglie del Comelico, del Cadore, dell’Agordino, dello Zoldano e di tutta la provincia di Belluno erano coinvolte nel fenomeno dell’emigrazione, in Nord Europa o nell’Austria-Ungheria, in America del Nord o del Sud, e in Australia.
Quando ero ragazzino ancora si cantava la canzone «Mamma mia dammi cento lire / ché in America voglio andar».
C’era anche un’emigrazione interna, specialmente nelle città del Nord, dove le nostre mamme o nonne si recavano a servizio presso le case di professionisti e benestanti del luogo. Già all’inizio del Novecento in tutta la parte alta della provincia le giovani signorine e le signore appena sposate, per dare una mano ai magri bilanci familiari cercavano lavoro come donne di servizio, o collaboratrici familiari, come si dice ora, presso famiglie della pianura. Mia mamma mi raccontava che nei primi anni Trenta era andata a servizio in una famiglia di Torino, dove il marito era un alto funzionario dello Stato. Nella stagione estiva la moglie, con le due figlie e la donna di servizio, villeggiavano per un mese al mare, a Spotorno, in provincia di Savona.
La mamma mi ha sempre detto di essere stata trattata con educazione e rispetto, e riteneva l’esperienza positiva sotto ogni punto di vista. Molte nostre giovani donne di allora conobbero il futuro marito in città e misero su famiglia, ma non si dimenticarono di far ritorno al paese durante la vacanze estive. Per rimanere nella mia cerchia familiare, una cugina di mia mamma, Florinda Casanova Municchia, di Costalta, si sposò a Milano nel 1927 ed ebbe tre figli, tra cui il pittore surrealista Luigi Regianini.
Da noi, chi intraprendeva la strada dell’emigrazione lo faceva per lo più con la conoscenza di un mestiere. Nel Comelico c’erano i clompàr, artigiani specializzati nell’aggiustare e stagnare pentolame e attrezzi vari in rame. C’erano poi muratori, carpentieri, minatori, boscaioli, mietitrici di grano… Anche mio nonno materno, Evaristo, classe 1876, ha fatto per molti anni il clompàr in Austria, tanto che due miei zii sono nati a Jenbach, in Tirolo, nel 1905 e nel 1906.
Ricordo che a volte il nonno e la nonna parlavano tra di loro in un tedesco dialettale, in modo che noi ragazzini non capissimo cosa stavano dicendo. La nonna, inoltre, cucinava assai spesso piatti e dolci tirolesi (che a me piacevano tantissimo), mettendo in pratica le ricette imparate durante l’emigrazione in Austria.
Un fratello di questo mio nonno, Luigi Casanova De Marco, classe 1875, emigrò a Clifton, nel New Jersey (Stati Uniti), nel 1903. L’anno dopo sposò un’emigrante cadorina di Zoppè, Maria De Lorenzo, conosciuta sul piroscafo “La Gascogne” durante la traversata da Le Havre a New York.
Ebbero otto figli che a loro volta formarono altrettante famiglie oramai sparse in varie parti degli Stati Uniti d’America.
Se prendiamo in considerazione anche il periodo di tempo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Sessanta, dal Comelico e dal Cadore ci fu una forte emigrazione in Svizzera, Francia, Germania e Belgio, e un flusso di emigrazione interna, specialmente verso grandi città come Milano, Torino e Genova.
Verso la fine degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta ha avuto un grande incremento il mestiere di gelatiere, specialmente nella Germania Federale e in Olanda.
Concludendo, penso che quanti sono passati per la strada dell’emigrazione per raggiungere il loro obiettivo hanno dovuto pagare un caro prezzo in lacrime, nostalgia, sacrifici e privazioni di ogni genere. Situazioni che devono farci riflettere ed esprimere riconoscenza e gratitudine a questi nostri compaesani.
Gian Antonio Casanova Fuga




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