Si è conclusa l’ottava edizione della Campagna Glaciologica Partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova in collaborazione con i ricercatori dell’Ateneo, dell’ARPAV, della Fondazione Glaciologica Italiana, insieme a studenti e cittadini volontari. I rilievi condotti sul campo e le analisi satellitari delineano un quadro critico per la principale massa glaciale delle Dolomiti, provata dall’estate più calda in quota dal 1991.
I numeri del regresso: superficie ridotta a 83 ettari
Nel corso dell’ultimo anno il ghiacciaio ha segnato un arretramento medio sui segnali frontali di 23 metri, perdendo 9 ettari di superficie e scendendo a un totale di 83 ettari (rispetto ai 92 del 2025 e ben lontano dai 100 ettari registrati nel 2023). Sul fronte occidentale è stato misurato un ritiro di 120 metri nell’arco di due soli anni.
Come evidenziato dal responsabile scientifico della campagna, Mauro Varotto, e dalle analisi di Francesco Ferrarese, la contrazione registrata equivale a un tasso di perdita record riscontrato in passato soltanto nel 2022, anno del tragico crollo della calotta. Qualora dovessero ripetersi stagioni estive con le medesime caratteristiche termiche, la sopravvivenza del ghiacciaio potrebbe essere stimata in circa dieci anni.
Anomalia termica e degrado del permafrost
I dati forniti da Gianni Marigo dell’ARPAV confermano la severità del contesto meteorologico. Nel mese di agosto, la stazione di rilevamento di Punta Rocca, situata a 3.250 metri di altitudine, ha registrato uno scarto di oltre 3°C rispetto alle medie storiche, con soli tre giorni caratterizzati da una minima negativa e nessuna giornata con temperatura media al di sotto dello zero.
L’assenza di nevicate anche alle quote più elevate e il prolungato processo di ablazione hanno accelerato il degrado del permafrost, al punto che presso la stazione del Piz Boè non si è riscontrato terreno gelato a nessuna profondità.
Rischi idrogeologici e impatto delle infrastrutture
Aldino Bondesan, responsabile della Fondazione Glaciologica Italiana per il Triveneto, ha sottolineato che il 2026 sta segnando valori record a livello dell’intero arco alpino, con perdite di spessore glaciale triplicate rispetto alla media dell’ultimo decennio e copertura nevosa invernale esaurita già a fine luglio. I rilievi svolti a metà agosto hanno inoltre mostrato la presenza di acqua di fusione all’interno dei crepacci a monte della nicchia di distacco del crollo del 2022, elemento critico già individuato dagli studi come concausa dell’evento franoso.
Nel corso della campagna è stato infine analizzato l’impatto delle infrastrutture umane ad alta quota. Alberto Lanzavecchia, docente dell’Università di Padova, ha evidenziato come l’estensione delle piste da sci e la posa di tubature per la neve artificiale a ridosso dei fronti glaciali rappresentino interventi invasivi sul paesaggio montano, sollecitando una riflessione sui modelli di sviluppo turistico ed economico nelle aree d’alta quota.




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