L’ombra di Castelvint. L’avamposto dimenticato della Valbelluna

Irene Savaris | 06 luglio 2026 alle 12:38 | 0 commenti

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C’era una volta un castello, anzi, risulta che molti castelli o rocche coronassero le sommità delle alture della Sinistra Piave della Valbelluna. Uno di questi siti fortificati, Castelvint, si trovava a poca distanza dal Castello di Zumelle, nel comune di Borgo Valbelluna. Pur non rimanendo traccia della costruzione, alcuni importanti reperti erano venuti alla luce nel secolo scorso, in particolare una patera in argento, ora conservata al Museo archeologico nazionale di Venezia.

Recentemente l’argomento è stato ripreso ed esposto in una conferenza tenutasi all’Auditorium di Mel di Borgo Valbelluna, dal titolo “L’altra Zumelle: storia e archeologia dell’avamposto dimenticato di Castelvint”. La conferenza è stata introdotta dal dottor Luigi Magnini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e curata dall’archeologo Giovanni Bittante, ed ha visto una grandissima affluenza di pubblico, segno che l’interesse per la storia del territorio e del nostro patrimonio culturale e quantomai attuale. Pensando quindi di fare cosa gradita ai nostri lettori, abbiamo chiesto al dottor Bittante di parlarci della sua ricerca.

Dr. Bittante, lei è originario di Romano d’Ezzelino, che prende il nome da quel Romano che imperversò nelle nostre contrade nei primi decenni del 1200, ma quale è stato il motivo del suo interessamento per un castello di cui si suppone l’esistenza, ma di cui non si ha certezza? Durante una visita al Castello di Zumelle il gestore mi parlò di questo suo “gemello” dimenticato: Castelvint. Intrapresi subito una ricerca storica, che diede pochi frutti per la scarsità di fonti; sappiamo però che i reperti emersi rimandano a uno dei capitoli meno noti della nostra storia: la guerra gotica (535–553 d.C.), il conflitto che vide contrapposti l’Impero Romano d’Oriente e il regno dei Goti, allora dominatori della penisola italica. Sulla base di queste premesse decisi di proporre uno studio su Castelvint come tesi di laurea e il prof. Magnini, con il quale avevo già effettuato delle ricerche, accolse la mia proposta.

Fu fatta ricerca in loco? Non subito, perché prima è stato necessario preparare un solido “tavolo di lavoro” metodologico: analisi del territorio, del paesaggio, della sua storia, dei reperti, delle costruzioni, per poi recarmi presso gli archivi della Soprintendenza dei Beni Culturali.
Successivamente sono state effettuate due ricognizioni sul campo, la prima nell’estate del 2024 e la seconda all’inizio del 2025, accompagnato dal proprietario dell’area, Felice Isotton. La scoperta originale si deve proprio alla famiglia Isotton, la quale nel 1937, durante lavori di spianamento agricolo, rinvenne diversi reperti. Tra questi spicca la famosa patera d’argento raffigurante una scena del mito di Tiresia, il bagno della Pallade Atena, un pezzo di eccezionale valore oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Venezia. Fu grazie all’interessamento dell’allora parroco di Carve, Don Lelio Pasquetti, e all’incredibile cura degli Isotton se il reperto non andò perduto, ma anzi venne consegnato, studiato e tutelato.

Che cosa rendeva tale scoperta credibile? Vi è una convergenza di molteplici evidenze archeologiche, topografiche che trasformano il sito in un punto strategico della Valbelluna. Innanzitutto, il rango dei reperti rinvenuti, tra cui la nota patera d’argento di raffinata fattura alessandrina e le monete giustinianee, costituiscono indicatori di un legame con Costantinopoli e la presenza di un’élite militare bizantina durante il VI secolo. A questa evidenza si aggiungono il posizionamento strategico sul territorio di Castelvint e altri piccoli elementi che sanciscono un legame con il vicino castello di Zumelle. Infine, la scoperta della sepoltura di un nobile guerriero longobardo, classificata dall’archeologo Otto von Hessen come risalente all’ultimo ventennio del VI secolo, riconfermando la rilevanza del sito, dimostrando come esso sia rimasto un caposaldo vitale per le élite militari (bizantine prima e longobarde dopo) durante tutte le convulse fasi di transizione del VI secolo.

Quale era l’importanza di questo castello? L’importanza di Castelvint sta tutta nella sua posizione strategica e nel prestigio di chi lo frequentava; infatti, ci restano dei reperti di grande valore appartenenti a due culture differenti. I primi sono i reperti bizantini e i secondi sono i successivi reperti longobardi, che indicano di essere appartenuti a figure di rango. Altro elemento è la capacità di Castelvint di osservare l’intera Valbelluna, qualificandosi come seconda sentinella sul territorio contrapposta o complementare al castello di Zumelle.
La sua importanza puramente contestualizzata nel periodo della guerra gotica, vede Castelvint come un avamposto offensivo bizantino, posizionato lì proprio per scardinare la resistenza dei Goti e Alemanni asserragliati nella Valbelluna, comprendente pure il già esistente castello di Zumelle.

Come mai non vi è più traccia di Castelvint, mentre il vicino Castello di Zumelle è arrivato fino ai giorni nostri? Senza ulteriori indagini sul terreno possiamo solo avanzare delle ipotesi. Tuttavia, ci sono diverse considerazioni che si possono fare. La differenza tra lo stato di conservazione dei due siti non dipende da una diversa importanza originaria, ma da una serie di interventi antropici e naturali che hanno colpito Castelvint nel corso dei secoli, mentre il Castello di Zumelle è stato oggetto di tutela, restauri e interessi strategici, politici e militari. La scomparsa di alcune tracce visibili è dovuta anche a scelte ed esigenze puramente umane, come la necessità di riqualificazione agricola del secolo scorso: la scoperta del piatto d’argento non fu un evento del tutto casuale, ma si deve all’attività di spianamento e dissodamento del colle al fine di ricavarne terreno coltivabile. Erano gli anni delle grandi bonifiche agrarie promosse dal regime fascista, che contribuirono a obliterare i possibili reperti archeologici e, tra questi, anche la ormai abbandonata chiesetta di San Lazzaro, oggi scomparsa. Successivamente, negli anni Settanta, ulteriori lavori di livellamento eseguiti con una ruspa portarono all’abbattimento di diversi metri di muraglia originale. Molte pietre e corpi di fabbrica del castello furono inoltre asportati nel tempo, lasciando sul colle solo micro-anomalie morfologiche. Tutto ciò, tuttavia, non deve amareggiarci: al contrario, dovrebbe incoraggiarci a preservare, tutelare e incentivare la ricerca, per conservare gli echi che la storia ci ha lasciato in eredità. Passando al Castello di Zumelle, esso si è conservato molto meglio, pur avendo subito importanti trasformazioni rispetto al suo impianto originario. Si tratta di un sito che ha goduto di maggiore “fortuna”, probabilmente in ragione della sua rilevanza strategico-militare e del suo ruolo di riferimento storico documentato. Ha inoltre beneficiato di fondamentali interventi di restauro promossi dalla Soprintendenza tra il 1962 e il 1963, nonché dell’importante quanto necessaria riqualificazione del sito promossa nel 1995 dall’allora amministrazione di Emilio Isotton. In particolare, se non fosse stato per quest’ultima impresa, oggi Zumelle, oggi un’icona per l’identità storico-culturale della Valbelluna, probabilmente sarebbe in stato di rovina e abbandono.

Pensa che in futuro ci sarà una campagna di studi? La storia moderna di Castelvint è iniziata nel 1937 con quel “colpo di piccone” fortunato di Pietro Isotton che portò alla luce la patera d’argento, facendo tornare a parlare un sito “muto” da secoli; tuttavia, da allora, le ricerche sono procedute in modo frammentario e discontinuo. Raccogliendo l’invito già auspicato in passato da autorevoli studiosi come Luigi Alpago Novello e Otto von Hessen confidiamo di poter reperire il sostegno necessario per avviare un’indagine organica, restituendo così alla Valbelluna un tassello fondamentale della sua identità storica.

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