Un Pil da economia avanzata ma condizioni per i giovani da periferia europea. È il paradosso dell’Italia, un Paese che non a caso registra una costante perdita di capitale umano. 34.700 i giovani che ogni anno se ne vanno (quasi l’equivalente della popolazione del comune di Belluno), lasciando per strada un valore economico di circa 1,66 miliardi di euro.
A fornire i numeri è un’analisi dell’Istituto di ricerca Eurispes che ha posto a confronto ventidue realtà europee. Ne emerge che l’Italia rappresenta «un caso unico in Europa». E non certo in senso positivo.
L’ANOMALIA ITALIANA
Uno degli elementi dell’anomalia italiana è legato al mercato del lavoro. Il nostro Paese ha circa un 15% di inattivi tra i 15 e i 29 anni. Sono i cosiddetti NEET, dall’acronimo inglese di “Not in Education, Employment or Training”, ossia persone che non studiano e non lavorano. Il dato vede l’Italia al penultimo posto nella classifica europea. Altro fronte critico è quello del tasso di occupazione dei neolaureati. Da noi è al 58,9%, nettamente inferiore sia rispetto a quello dei Paesi ad alto reddito come Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera e scandinavi (86%), sia rispetto a quello delle nazioni dell’Est Europa (80,4%), che pure hanno un Pil pro capite decisamente più basso del nostro (17.139,9 euro contro 30.593,8). Facciamo peggio anche per quanto riguarda i casi di part-time involontario, ossia le forme contrattuali nelle quali il lavoratore è costretto ad accettare un orario ridotto per assenza di alternative a tempo pieno. Il dato italiano è il più alto dell’intero campione europeo: 62,9%. Altro ambito nel quale scontiamo un ritardo è quello della percentuale di laureati tra i 25 e i 34 anni, al 28,1% in Italia, a fronte di un 46,6% tra i Paesi ad alto reddito e di un 42,1% tra quelli dell’Est. In Italia, inoltre, risulta in calo il potere d’acquisto, «un segnale di impoverimento strutturale delle famiglie che non ha equivalenti nel campione considerato nella ricerca», sottolinea Eurispes.
IL COSTO DELLA FUGA
Un groviglio con cui si spiegano le cifre di una mobilità che vede l’Italia in sofferenza: espatri più che doppi rispetto ai rimpatri, con una perdita netta di individui tra i 20 e i 39 anni nel periodo 2019-2023 di 173.722 unità, un ritmo di circa 34.700 giovani-adulti ogni anno.
Applicando a questi flussi una stima degli occupati potenziali persi, del Pil medio generato da ciascun lavoratore nell’economia italiana e del gettito fiscale e contributivo mancante, Eurispes rileva: una carenza di ventiduemila lavoratori ogni anno, una perdita media annua di prodotto interno lordo pari a 1,66 miliardi di euro e introiti mancanti nelle casse dello Stato per 189 milioni l’anno.
«Sebbene i valori possano apparire contenuti – puntualizza l’Istituto di ricerca – si tratta di perdite permanenti e cumulative: ogni anno di emigrazione netta sottrae al sistema economico risorse produttive che non saranno più recuperate, determinando un effetto di trascinamento sugli anni successivi».
UN FARDELLO PER IL FUTURO
Inoltre, le stime considerano solo gli effetti diretti su produzione e reddito da lavoro, senza conteggiare gli effetti indiretti come la minore creazione d’impresa, la perdita di reti professionali, la riduzione della capacità innovativa, la minore attrattività per investimenti e i consumi mancati. E senza contabilizzare il costo sostenuto dal sistema pubblico per formare persone che poi non “ripagano” l’Italia di questo investimento perché vivono e lavorano all’estero. A tutto ciò si aggiunge il fatto che il nostro Paese non risulta nemmeno in grado di attirare giovani qualificati da altri contesti e non riesce quindi a colmare il buco di competenze lasciato dall’emigrazione.
«Le peculiarità italiane – conclude l’analisi di Eurispes – non sono riconducibili a congiunture sfavorevoli né a singole politiche mancate. Riflettono una configurazione strutturale del sistema economico, occupazionale e istituzionale che si discosta in modo sistematico da tutti gli altri ventuno paesi esaminati. Una anomalia che, se non affrontata, trascinerà con sé effetti cumulativi per i decenni a venire».




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