Accenti e intonazioni

Raffaele De Rosa | 10 giugno 2026 alle 17:01 | 0 commenti

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Da un po’ di tempo ho iniziato a insegnare tedesco a un gruppo di persone di origine straniera. Si tratta di un corso avanzato di conversazione nel quale l’aspetto dell’apprendimento grammaticale non è predominante, tutto è invece funzionale ai temi che si affrontano durante la lezione. L’obiettivo è quello di far perdere la paura di comunicare in una lingua ritenuta ostica sotto vari punti di vista. Accettare gli errori fa parte del gioco, il mio compito è semplicemente quello di provare a far migliorare progressivamente e in modo delicato le loro competenze, cioè senza giudizi o voti che potrebbero bloccare le discussioni che, spesso, si sviluppano spontaneamente anche partendo da una semplice domanda come “Wie geht es dir?” (come va?).

Quando mi proposero il corso ero un po’ perplesso perché sono (in parte ancora) convinto che un insegnante di madrelingua sia più credibile di me. Poi, però, mi sono anche detto che, in fin dei conti, anch’io ho imparato il tedesco in età adulta e conosco benissimo le difficoltà che si possono avere quando si affronta una nuova lingua a una certa età. La mia esperienza di “vittima” della lingua tedesca può essere utile in tal senso. Per questo motivo ho accettato.

Imparare l’accento e l’intonazione di una nuova lingua non è semplice, soprattutto dopo il periodo adolescenziale quando, secondo diversi studi di neurolinguistica, la “plasticità” del cervello si è completata definitivamente. Naturalmente ci sono anche persone con un orecchio molto dotato e particolarmente brave nell’imitazione che riescono a sembrare (quasi) dei parlanti nativi, ma nella maggioranza dei casi non è così. L’accento e l’intonazione sono dunque il cosiddetto “marchio di fabbrica” linguistico dal quale si può dedurre in qualsiasi momento l’origine di una persona.
Per quanto mi riguarda so che il mio tedesco risulta essere straniero per due motivi: alle orecchie di uno svizzero tedesco il mio accento è chiaramente italiano, mentre per un tedesco di Germania ho delle inflessioni alemanne meridionali e quindi anche esotiche per uno di Hannover.
Da un po’ di tempo amici e conoscenti italiani mi fanno comunque notare che, quando parlo la cosiddetta “lingua di Dante”, ci sono delle impercettibili interferenze straniere nella mia intonazione. Sembro un “crucco”, insomma, una categoria pseudo-etnica che in Italia viene generalmente estesa in un vasto territorio che comprende senza distinzioni dialettali-culturali Zurigo, Berna, Basilea, Amburgo, Berlino, Lubecca, Vienna, Innsbruck e Klagenfurt.

Fin da bambino sono cresciuto con diversi accenti e intonazioni regionali italiani, senza mai riconoscermi in uno specifico. Per questo motivo, durante i miei anni adolescenziali, sono sempre stato considerato ovunque uno “straniero”. Alle orecchie di alcuni, infatti, non ero sufficientemente veneto o bellunese, mentre per altri ero troppo nordico. E io stesso, del resto, non ho mai fatto nulla per nascondere la mia “diversità” linguistica, evitando così di compiacere chi, in ogni caso, aveva già deciso a priori di non considerarmi dei “loro” per le mie origini non autoctone. Era il mio modo di ribellarmi a chi, in quel periodo, si divertiva a dividere il mondo tra “noi”, “voi” e gli “altri” con slogan scritti a caratteri cubitali lungo le strade, pieni di insulti di ogni tipo per i quali nessuno si è veramente scusato, anche a distanza di anni.

Nella mia classe di tedesco ci sono due turchi-curdi, un sudafricano-portoghese, un brasiliano-veneto, due ucraine, una filippina e una cinese che provano a parlare tedesco. Sono venuti in Svizzera da adulti come me per i motivi più disparati e cercano di integrarsi, barcamenandosi tra dialetto e lingua standard. Ognuno ci prova usando il proprio accento, mettendo a nudo con coraggio le proprie imperfezioni.

Io li ascolto e provo a rispondere con il mio tedesco, forse grammaticalmente migliore, ma sicuramente “straniero” come il loro. E la nostra diversità è il collante che rende le lezioni in questa classe speciali e piacevoli.
Tanti accenti, dunque, ma con un unico obiettivo: capirci reciprocamente. Funziona.

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