Così inizia la bella canzone di Ivano Fossati intitolata “Italiani di Argentina” (1990) nella quale viene descritta poeticamente la situazione degli emigranti in quel Paese sudamericano. Nonostante la notevole distanza, il legame con la Patria degli avi è ancora forte e si manifesta anche nella necessità di “sentire” e di “farsi sentire” in italiano.
La voglia di comunicare e lo scambio di informazioni tra l’Italia e i Paesi di accoglienza fanno parte da sempre delle esigenze prioritarie degli emigranti. Oggi le distanze si sono praticamente annullate grazie alla rete informatica accessibile a tutti. Purtroppo, però, l’enorme quantità di dati a disposizione non ha portato a un analogo aumento della qualità di quello che viene comunicato.
In un mondo sempre connesso e confuso c’è comunque ancora un gruppo di emigranti irriducibili che si è fermato nel tempo.
«Mia suocera è sempre sintonizzata su Rai1. La domenica pomeriggio c’è una signora bionda che parla e ride per ore. Incredibile! E i telegiornali sembrano degli spettacoli teatrali. Ma lei è contenta così», questo mi ha detto un giorno Yvonne, una quarantenne svizzera che ha sposato un italiano nato e vissuto nel Canton Zurigo. Il tono della donna era sconsolato. Sua suocera non ha mai imparato veramente la lingua locale e questo le ha impedito una piena integrazione.
Di esempi così ne potrei fare tantissimi anche io. Quante volte sono entrato nelle case dei nostri vecchi emigranti e ho trovato la classica situazione della televisione accesa su qualche programma italiano! Pacchi che si scambiano per vincere soldi senza grande fatica, parole da indovinare in quiz pieni di aiutini e risatine, cantanti che parlano di tutto, presentatori che cantano ogni tipo di strofa, gente litigante su cose irrilevanti o opinionisti urlanti su ogni cosa.
L’Italia, all’estero, si manifesta anche così e c’è una notevole fetta di popolazione di lingua italiana affezionata a questo tipo di cose. Ho perfino conosciuto emigranti perfettamente informati sulle condizioni atmosferiche nel loro paesello di origine, che non conoscevano nulla della cittadina dove vivevano all’estero. Nostalgia, disinteresse, pigrizia o ignoranza?
«Quando ti sei sentito veramente a tuo agio in Svizzera?», mi chiese un giorno Kurt, il responsabile di un’associazione che si occupa dell’integrazione degli stranieri nel cantone dove vivo.
«Me lo ricordo benissimo quel giorno. Era il primo gennaio del 1992. Guardai il telegiornale della televisione svizzera tedesca alle 19.30 e smisi definitivamente quello della RAI. E il due gennaio, al posto del solito quotidiano italiano, all’edicola della stazione comprai quello locale. Il mio tedesco mi permetteva finalmente di capire in che mondo avevo scelto di vivere».
Sentire la nostra lingua è importante per mantenere i contatti con il Paese di provenienza, ma anche imparare la lingua locale è fondamentale per integrarsi nel Paese ospitante. Inoltre, a fare la differenza tra il “bene” e il “male” è sempre la qualità del prodotto proposto/consumato, mentre la capacità di selezionare criticamente certe cose dovrebbe appartenere (ancora) a noi esseri umani, indipendentemente dalla lingua. Fino a quando?


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