L’attacco militare congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, avvenuto il 28 febbraio 2026, rischia di avere conseguenze economiche significative per il sistema produttivo italiano. Secondo le stime dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, l’effetto combinato dei rincari energetici potrebbe generare un extracosto di quasi 10 miliardi di euro per le imprese italiane nel corso dell’anno. A pesare sono soprattutto gli aumenti dei prezzi del gas e dell’energia elettrica, che nei giorni successivi all’attacco hanno registrato una crescita repentina e marcata.
Alla vigilia dell’operazione militare, il gas veniva scambiato a 32 euro per megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. Nel giro di pochi giorni, i valori sono saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro, per poi stabilizzarsi leggermente. Le proiezioni della CGIA si basano su consumi stabili rispetto al 2024 e su un prezzo medio annuo di 150 euro per MWh per l’elettricità e di 50 euro per il gas. In questo scenario, le imprese italiane si troverebbero a pagare 7,2 miliardi in più per l’elettricità e 2,6 miliardi per il gas, con una variazione media del +13,5% rispetto al 2025.
Le regioni più colpite sarebbero quelle con maggiore densità produttiva. La Lombardia, ad esempio, potrebbe registrare un aumento dei costi energetici di oltre 2,3 miliardi di euro, seguita da Emilia-Romagna (+1,2 miliardi), Veneto (+1,1 miliardi), Piemonte (+879 milioni) e Toscana (+670 milioni). Anche il Mezzogiorno, pur con valori assoluti inferiori, risentirebbe dell’impatto, con una crescita stimata del +13,1% rispetto all’anno precedente.
I settori economici più esposti sono quelli ad alto consumo energetico. Per quanto riguarda l’elettricità, le attività più vulnerabili includono la metallurgia, il commercio, i servizi (come cinema, teatri, lavanderie, parrucchieri), l’industria alimentare, la ristorazione, il trasporto e la chimica. Sul fronte del gas, i comparti più a rischio sono l’estrattivo, la lavorazione e conservazione degli alimenti, la produzione alimentare, il tessile e abbigliamento, la fabbricazione di legno, carta, ceramica, plastica, apparecchiature elettroniche e la cantieristica navale.
A livello territoriale, i distretti produttivi più esposti includono realtà strategiche per l’economia e l’export italiano: dalle piastrelle di Sassuolo al vetro di Murano, dal prosciutto di San Daniele ai metalli di Brescia-Lumezzane, dalle marmellate del Trentino alla calzetteria di Castel Goffredo, fino al cartario di Lucca, al tessile di Biella, ai salumi di Parma e dell’Alto Adige, alla gomma del Sebino, al riso di Pavia, alla seta di Como, al vetro di Vasto, alla ceramica di Civita Castellana, ai poli chimici di Salerno e Brindisi, al siderurgico di Taranto e al petrolchimico di Sarroch.
La CGIA sottolinea che, se il conflitto dovesse protrarsi nel tempo, la chiusura dello stretto di Hormuz potrebbe provocare un vero e proprio shock energetico, con conseguenze immediate su bollette, carburanti, noli marittimi e inflazione. Per questo motivo, l’associazione invita le istituzioni europee e nazionali a intervenire con urgenza. A Bruxelles si chiede di accelerare il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica, mentre al Governo italiano si propone di varare misure temporanee come bonus sociali, taglio dell’Iva e azzeramento degli oneri di sistema, già adottate in passato durante la crisi energetica del 2022.
Nel medio periodo, la CGIA propone interventi strutturali per ridurre il differenziale di prezzo tra Italia e media europea. Una prima leva riguarda la composizione della bolletta, dove oneri di sistema, accise e Iva incidono in modo sproporzionato sui piccoli consumatori. Spostare parte di questi costi sulla fiscalità generale renderebbe il prezzo dell’energia più aderente ai consumi effettivi, alleggerendo il peso su artigiani, negozi e microimprese. Una seconda leva consiste nel favorire contratti stabili e acquisti aggregati, incentivando gruppi di acquisto, consorzi energetici e contratti a lungo termine (PPA), strumenti che permettono di ottenere prezzi più prevedibili e sostenibili.
In conclusione, il contesto internazionale instabile e l’impennata dei prezzi energetici impongono una riflessione urgente sulle politiche energetiche nazionali ed europee. Le imprese italiane, già provate da anni di crisi e incertezze, rischiano di vedere ulteriormente compromessi i propri margini operativi. Intervenire con tempestività e lungimiranza è oggi più che mai una necessità economica e sociale.




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