È morto venerdì 6 marzo, all’età di 89 anni, don Tiziano Sofia, figura di spicco della congregazione salesiana e testimone instancabile di una missione vissuta nelle aree più critiche del pianeta. Dal 2022 residente presso l’Istituto Agosti di Belluno, il sacerdote lascia un’eredità umana e spirituale segnata da quarantacinque anni di servizio nelle zone di frontiera.
Una vita tra cultura e missione
Nato a Grantorto (Padova) nel 1936, don Tiziano ha attraversato quasi 74 anni di vita religiosa e 64 di sacerdozio. Uomo di profonda cultura e poliglotta, ha operato in contesti geopolitici complessi come il Libano, l’Iran (dove ricoprì il ruolo di preside e docente), il Brasile, l’Ecuador e la Repubblica Democratica del Congo.
Tuttavia, è in Guatemala che la sua opera ha inciso profondamente nel tessuto sociale. In una nazione lacerata dai conflitti tra oligarchie militari e popolazioni indigene, don Sofia non si è limitato all’evangelizzazione, ma ha promosso concreti progetti di sviluppo. Sotto la sua guida sono nati ospedali nella selva e sistemi agricoli innovativi. Particolare rilevanza ebbe il suo impegno igienico-sanitario: la progettazione e installazione di migliaia di gabinetti chimici in aree prive di fognature contribuì a debellare gravi epidemie.
Da ricercato a “pastore degli ultimi”
Il suo schierarsi apertamente dalla parte dei diritti dei più deboli gli valse l’ostilità del regime militare guatemalteco. Soprannominato spregiativamente dai poteri forti “el bandido” (il ricercato), don Tiziano subì attentati e il carcere. Quel medesimo epiteto fu però trasformato in un titolo d’onore dai fedeli di Playa Grande, che videro in lui un difensore pronto a rischiare la vita per la propria comunità.
Gli ultimi anni a Belluno
Rientrato in Italia, negli ultimi anni don Tiziano ha servito la comunità di Belluno attraverso il ministero della confessione nella chiesa di San Giovanni Bosco, mettendo la sua vasta esperienza a disposizione dei fedeli locali.




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