Un Veneto più forte. Il presidente Alberto Stefani illustra le priorità del mandato

Marco Crepaz | 17 febbraio 2026 alle 16:30 | 0 commenti

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Dalla centralità della montagna bellunese alle politiche per i Veneti all’estero, passando per autonomia, sviluppo sostenibile e rientro dei giovani: il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, traccia in questa intervista la visione e le priorità del suo mandato per i prossimi cinque anni.

Presidente Stefani, quali sono le priorità del suo programma di governo per i prossimi cinque anni e quale Veneto immagina al termine del mandato?
Il programma di governo che proponiamo per i prossimi cinque anni nasce da una convinzione profonda: il Veneto è una comunità viva, fatta di persone, relazioni, identità e responsabilità condivise. Le nostre priorità si muovono tutte in questa direzione. Vogliamo rafforzare un welfare di prossimità che riporti i servizi vicino ai cittadini, a partire dalla sanità territoriale e dall’integrazione socio-sanitaria, valorizzando il ruolo dei Comuni e del volontariato. La famiglia deve tornare al centro delle politiche regionali, non solo come destinataria di sostegni, ma come risorsa fondamentale per la coesione sociale, affrontando con serietà la sfida demografica, della natalità e dell’abitare.
Accanto a questo, puntiamo su uno sviluppo economico sostenibile che continui a valorizzare la manifattura, le piccole e medie imprese e l’innovazione, senza perdere di vista la tutela dell’ambiente e del territorio. Al termine del mandato immaginiamo un Veneto più coeso, capace di affrontare i cambiamenti globali senza perdere la propria identità, una Regione che non lascia indietro alcun territorio e che mette davvero al centro le persone come protagoniste dello sviluppo.

La montagna, e in particolare la provincia di Belluno, è un territorio fragile ma strategico. Quali politiche regionali intende promuovere per contrastare spopolamento e carenza di servizi nelle aree montane?
La montagna veneta, e Belluno in particolare, non va considerata un’area marginale, ma un territorio strategico per l’equilibrio ambientale, sociale ed economico della Regione. Contrastare lo spopolamento significa innanzitutto garantire servizi di qualità anche nelle aree più periferiche: sanità territoriale, servizi socio-sanitari, mobilità e connettività digitale devono essere diritti, non privilegi legati alla densità abitativa.
Accanto ai servizi, serve una strategia di sviluppo che renda la montagna un luogo in cui sia possibile vivere e lavorare. Questo significa sostenere l’economia locale, dall’artigianato all’agricoltura, promuovere un turismo sostenibile che vada oltre la logica dell’emergenza o del grande evento, e valorizzare i piccoli Comuni come veri presidi di comunità. L’obiettivo è rendere la montagna attrattiva soprattutto per giovani e famiglie, non attraverso misure assistenziali, ma creando condizioni concrete di qualità della vita.


Si parla spesso di autonomia per i territori. Che tipo di autonomia concreta può essere riconosciuta alla montagna bellunese per rispondere alle sue specificità?
Non ci riferiamo a un concetto astratto quando parliamo di autonomia per i territori, ma a strumenti concreti che permettano di rispondere meglio alle specificità locali. Per la montagna bellunese questo significa maggiore flessibilità nella gestione dei servizi, dalla sanità alla scuola, dai trasporti all’organizzazione amministrativa, superando modelli pensati per realtà urbane molto diverse.
Vogliamo rafforzare le forme di gestione associata tra Comuni e semplificare le procedure, riconoscendo che la montagna ha tempi, distanze e bisogni propri. L’autonomia, in questo senso, non è isolamento, ma capacità di adattare le politiche regionali ai territori, rendendole più efficaci e più giuste.

I Veneti nel mondo sono una comunità che supera i tre milioni di persone. Che ruolo attribuisce a questa grande diaspora nel futuro del Veneto?
Il futuro del Veneto passa anche dalla capacità di valorizzare questo capitale umano e relazionale, costruendo ponti tra chi vive qui e chi, pur vivendo altrove, continua a sentirsi parte della nostra terra. I Veneti nel mondo sono ambasciatori della nostra identità, ma anche una straordinaria rete di relazioni culturali, economiche e professionali.
La presenza globale dei nostri concittadini nel mondo può avere un ruolo importante nei processi di internazionalizzazione delle imprese, nel turismo delle radici, negli scambi formativi e culturali, contribuendo a rendere il Veneto una regione sempre più aperta e connessa al mondo.

Negli ultimi anni i fondi regionali destinati ai Veneti all’estero si sono ridotti. È prevista una revisione del sostegno regionale, anche in una logica non assistenziale ma di investimento economico, culturale e relazionale?
Il sostegno ai Veneti nel mondo deve essere sempre più orientato a progetti di valore, capaci di generare relazioni, cultura e opportunità economiche. Questo significa investire in iniziative che rafforzino i legami con il territorio regionale, che coinvolgano le nuove generazioni e che abbiano un impatto misurabile.
L’idea è quella di una programmazione più mirata e strutturata, che valorizzi le competenze e le reti già esistenti, trasformando il rapporto con le comunità all’estero in una vera e propria leva di sviluppo per il Veneto.

L’associazionismo dell’emigrazione, come quello rappresentato dall’Associazione Bellunesi nel Mondo, mantiene vivi i legami con le comunità all’estero. Come intende rafforzare il rapporto tra Regione e associazioni?
Per mantenere vivi i legami tra il Veneto e le sue comunità nel mondo, l’associazionismo dell’emigrazione svolge un ruolo fondamentale. Intendiamo rafforzare questo rapporto riconoscendo questa realtà sempre più come partner della Regione, non come semplice destinataria di contributi. La co-programmazione e la co-progettazione saranno strumenti centrali per costruire insieme politiche efficaci e durature.
Vogliamo garantire maggiore continuità e stabilità nei rapporti, valorizzare il lavoro che le associazioni svolgono sul piano culturale e sociale e favorire il coinvolgimento delle nuove generazioni. In questo modo l’associazionismo dell’emigrazione potrà continuare a essere un’infrastruttura relazionale strategica per il Veneto, capace di unire passato, presente e futuro.

Turismo delle radici, imprenditoria di origine veneta e relazioni culturali: in che modo la Regione può valorizzare questi ambiti come volano per l’economia e l’identità del Veneto?
A mio modo di vedere sono tre dimensioni strettamente connesse, che parlano di identità ma anche di sviluppo. La Regione può e deve valorizzarle in modo integrato, superando una visione nostalgica o puramente celebrativa dell’emigrazione. Il turismo delle radici, ad esempio, non è solo un ritorno affettivo ai luoghi di origine, ma un’opportunità concreta per i territori, soprattutto quelli più piccoli e montani, di attrarre visitatori consapevoli, interessati alla storia, alla cultura e alle comunità locali.
Accanto a questo, l’imprenditoria di origine veneta costituisce una rete straordinaria di competenze, relazioni e conoscenza dei mercati internazionali. La Regione può favorire l’incontro tra queste realtà e il sistema produttivo veneto, sostenendo progetti di collaborazione, scambi e investimenti che rafforzino l’internazionalizzazione delle imprese. Le relazioni culturali, infine, sono il filo che tiene insieme tutto questo: investire nella cultura significa rafforzare l’identità veneta come identità aperta, capace di dialogare con il mondo e di trasformare le proprie radici in una risorsa per il futuro.

Oggi molti giovani veneti scelgono ancora l’estero. Quali politiche possono rendere il Veneto più attrattivo per il rientro di competenze ed esperienze maturate fuori dai confini regionali?
La mobilità internazionale dei giovani non va letta come una perdita, ma come una esperienza di crescita che può diventare un valore per il Veneto, se saremo capaci di creare le condizioni per il rientro. Rendere il Veneto più attrattivo significa innanzitutto investire su lavoro di qualità, innovazione e stabilità, offrendo opportunità professionali coerenti con le competenze maturate all’estero.
Ma non basta il lavoro. Servono politiche che rendano il Veneto un luogo in cui sia possibile costruire un progetto di vita: accesso alla casa, servizi per l’infanzia, welfare di prossimità, qualità dell’ambiente e della vita. È altrettanto importante valorizzare il rientro delle competenze attraverso strumenti di accompagnamento, reti professionali e programmi di rientro che facilitino l’incontro tra imprese, istituzioni e giovani veneti nel mondo. L’obiettivo è creare un Veneto capace di attrarre, accogliere e riconoscere il valore delle esperienze maturate altrove. È un tema fondamentale su cui ho avviato anche un tavolo di coordinamento con il mondo dell’Università per fare sistema e creare nuove opportunità.

Un messaggio che desidera rivolgere ai Bellunesi nel mondo e, più in generale, a tutti i Veneti che vivono all’estero.
Il Veneto non vi ha mai dimenticati. Le vostre storie, il vostro lavoro e il vostro impegno sono parte integrante della nostra identità. Il miglior biglietto da visita per la nostra Regione: siete una comunità viva, che continua a portare nel mondo i valori del lavoro, della solidarietà e del senso di comunità che caratterizzano la nostra terra.
La Regione vuole rafforzare questo legame, non solo nel ricordo delle origini, ma guardando insieme al futuro. Le porte del Veneto sono aperte a chi desidera tornare, collaborare, investire o semplicemente mantenere un rapporto vivo con la propria terra. Il Veneto che immaginiamo è una comunità che supera i confini geografici, capace di riconoscersi e di crescere insieme, ovunque nel mondo si trovino i suoi cittadini.

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