Una questione chiusa, una cosa del passato. Per diverso tempo si è creduto (o si è voluto credere) che l’emigrazione fosse finita. Non del tutto, ovviamente, ma di certo nelle sue dimensioni di massa. In realtà, il fenomeno aveva solo cambiato aspetto, ma il nodo centrale era rimasto – e rimane – sempre lo stesso: l’emigrazione italiana, anche quella contemporanea, «è in larga parte una risposta strutturale a mancanze sistemiche del Paese». Lo afferma in modo netto il nuovo Rapporto Italiani nel Mondo, l’analisi annuale della Fondazione Migrantes sulla mobilità del nostro Paese.
Una spia
In passato queste «mancanze» erano legate alla carenza di lavoro tout court. Oggi, le criticità sono dettate da un «sistema bloccato, incapace di offrire lavoro stabile, servizi adeguati, riconoscimento di merito, opportunità di crescita». E così le partenze diventano «una forma di reazione a un senso diffuso di esclusione, frustrazione e invisibilità». Una risposta a ciò che non funziona sul piano politico, economico, sociale e culturale. La spia di problemi a più livelli che spingono a un abbandono, favorito anche dalle maggiori e più agevoli possibilità di spostarsi e cercare di costruire il proprio futuro altrove. Una questione che non riguarda solo i cosiddetti “cervelli in fuga”, eufemismo che testimonia una tendenza in corso, nel discorso sulle migrazioni, alla «misinformazione», come la definisce il Rim. Insomma, non è vero che se ne vanno solo talenti brillanti e istruiti, tanto che negli ultimi vent’anni, ossia da quando il Rapporto ha iniziato a puntare i riflettori sul tema, la mobilità internazionale degli italiani è diventata «un tratto strutturale del Paese». E, soprattutto – dice la Migrantes –, non è vero che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. «Piuttosto – evidenzia il Rapporto – l’Italia da sempre è Paese di emigrazione e oggi è Paese delle mobilità plurime in entrata e in uscita».
L’ultimo ventennio e un record negativo
A supportare queste analisi ci sono come sempre i dati, fulcro del lavoro che la Migrantes compie di anno in anno per offrire un quadro aggiornato dei movimenti dall’Italia. Numeri eloquenti. Cifre in grado di raccontare come sta e dove va il nostro Paese. Una di queste cifre è -817 mila, un negativo dietro il quale si cela una perdita di cittadini, visto che rappresenta la differenza tra quanti sono espatriati e quanti sono rientrati dal 2006 al 2024. Un lasso di tempo durante il quale la tendenza dei primi (gli espatriati) è andata crescendo, mentre quella dei secondi (i rientrati), seppure con un andamento più variabile, è andata diminuendo. Fino ad arrivare a un saldo migratorio, lo scorso anno, di -103.224 persone (minimo storico), risultato di 155.732 emigrazioni e 52.508 rimpatri.
L’Europa protagonista
È il continente europeo, e al suo interno lo spazio dell’UE, ad assorbire e originare la maggior parte dei flussi, sia quelli in uscita, sia quelli in (ri)entrata.
Nel Vecchio Continente, dal 2006 al 2024, si è diretto il 76% degli espatri. E sempre dallo stesso proviene il 60% dei ritorni. Ad attrarre i nostri connazionali negli ultimi vent’anni sono stati soprattutto Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna. Sul versante dei rimpatri, a pesare maggiormente Germania, Regno Unito, Svizzera, Brasile e Stati Uniti.
Tre blocchi
Osservando il dettaglio delle singole regioni di partenza, «il quadro che emerge – sottolinea il Rim – è quello di tre Italie della mobilità». La Lombardia («regione “nodo”») presenta flussi particolarmente significativi sia in uscita che in entrata, risultando in testa su entrambi i fronti. Il Nord-Est manifesta una «altissima propensione all’uscita», mentre è più contenuta la propensione al rientro. Il Mezzogiorno vede rientri consistenti ma comunque insufficienti a compensare l’emigrazione.
Il 2025
Spostando l’attenzione dagli ultimi vent’anni al 2025, un’altra cifra che emerge dal Rapporto è 6.412.752: sono gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) al 1° gennaio di quest’anno. Contando una popolazione residente (dati Istat) di 58.934.177 persone, di cui 5.422.426 stranieri e 53.511.751 italiani, significa che ogni cento cittadini italiani dodici vivono fuori dai confini nazionali. Dove? Argentina, Germania, Brasile, Svizzera, Regno Unito occupano i primi cinque posti per presenza di italiani. Italiani arrivati soprattuto da Sicilia, Lombardia, Veneto, Campania e Lazio.
Gli ultimi espatriati
E se il dato complessivo degli AIRE ha al suo interno una notevole componente “storica” (gli over 65 sono oltre il 20% e gli iscritti per nascita, dunque nati all’estero da genitori italiani, magari a loro volta discendenti di italiani espatriati in precedenza, il 41,3%), diventa interessante osservare le statistiche relative al periodo 1° gennaio – 31 dicembre 2024. Lo scorso anno i nuovi iscritti all’AIRE sono stati 278.652, di cui 123.376 con la motivazione “espatrio”, ossia per vera e propria emigrazione. Le partenze di questi nuovi emigranti sono avvenute da tutte le province italiane e si sono dirette verso 191 diverse destinazioni. «A sorpresa – rileva il Rim – rispetto a quanto capitato negli ultimi anni, guida la classifica delle mete di destinazione la Germania, seguita dal Regno Unito, dalla Spagna, dalla Svizzera e dalla Francia».
Pandemia e Brexit? un ricordo
La novità è rappresentata dal fatto che non è più il Regno Unito a guidare la graduatoria come accadeva da diversi anni. Un primato che era anche conseguenza dell’uscita del Paese dall’Unione europea e della necessità da parte di italiani magari già presenti da qualche anno di regolarizzare (e quindi far emergere) la propria residenza oltremanica e ottenere il permesso di permanenza definitiva in terra britannica. «Il 2024, quindi – commenta la Migrantes -, non è solamente l’anno del superamento della pandemia», e della ripresa a pieno regime della mobilità. «Anche la Brexit è diventata un ricordo».
Oltre 63mila bellunesi…
Al 1° gennaio 2025 sono 63.288 gli iscritti all’AIRE della provincia di Belluno, 3.414 in più rispetto alla stessa data del 2024.
Il 13,4% ha tra 0 e 17 anni; il 20,5% tra 18 e 34; il 23,7% è nella fascia di età 35-49 anni; il 19,7% in quella 50-64 mentre il 22,7% è over 65.
Prevalgono, sul numero complessivo, gli iscritti per nascita: 56,4%.
Penultimo a livello regionale in termina assoluti, il Bellunese è però in testa – e di gran lunga – nel rapporto AIRE/residenti, con un peso dei primi sui secondi del 32,04%. A livello veneto il dato è del 12,65%.
Sempre emblematici, su questo fronte, i casi di Soverzene e Arsiè, rispettivamente primo e terzo nella graduatoria dei primi 25 comuni per incidenza dei cittadini all’estero su quelli in loco.
Soverzene conta 363 residenti e 970 AIRE (con un’incidenza del 267,2%). Arsiè 3.595 AIRE e 2.164 residenti (166,1%).
Tra di loro, secondo, il comune di Posina, in provincia di Vicenza, con 971 AIRE e 575 residenti (168,9%). Soverzene, in dodicesima posizione, figura anche nella medesima classifica allargata all’intero Paese.
Borgo Valbelluna è invece ottavo nella lista che raggruppa i comuni tra 100 mila e 10 mila abitanti con il maggior numero di cittadini iscritti all’AIRE rispetto alla popolazione residente (43,7% di incidenza). Ottavo a livello nazionale e primo del Nord Italia, dietro a sette comuni siciliani.




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