Fin dall’inizio dell’Ottocento, anche a seguito dell’emanazione delle leggi per l’abolizione della schiavitù, il governo brasiliano aveva favorito la colonizzazione dei suoi territori meridionali: con questa operazione, copiata poi da altri Paesi latino americani, si prefiggeva che i coloni diventassero piccoli proprietari terrieri in grado di fornire prodotti agricoli per la comunità e aprire piccole attività economiche, facessero da barriera alle mire espansionistiche dei Paesi vicini (in questo caso l’Argentina) ma anche fossero fattore di “sbiancamento della razza”, costituita per lo più da neri e mulatti. I primi decenni videro una colonizzazione piuttosto lenta e che non portava frutti significativi, così il Brasile cercò di invogliare gli europei ad arrivare attraverso una serie di promesse di agevolazioni, come il viaggio gratuito e la possibilità di pagare il lotto in una decina d’anni.
Furono i tedeschi ad approdare per primi nel Rio Grande do Sul, ma fu solo a partire dal 1875 che l’arrivo degli emigranti, in particolare quelli italiani, fu massiccio, complice la difficile situazione economica del nostro Paese.
Nel nostro Veneto la situazione pareva ancora più difficile che altrove: l’agricoltura denunciava gravi arretratezze, i contadini mezzadri non riuscivano a sostenere i patti con i proprietari terrieri, le famiglie erano numerose e molte conobbero la miseria e la fame, non riuscendo a garantire il necessario per tutti. Interi gruppi familiari e a volte paesi risposero dunque al richiamo del Brasile, affascinati dai reclutatori che promettevano una terra finalmente propria, due raccolti all’anno, prodotti in abbondanza e un clima migliore del nostro. La nostra regione vide la partenza di numeri importanti: negli ultimi venticinque anni dell’Ottocento si registrarono infatti circa 350.000 partenze per la terra dei gauchos, con picchi considerevoli nel 1876, 1888 e 1891.
Si emigrava indistintamente dalla montagna bellunese come dai territori fluviali del Polesine, passando per le pianure venete di Padova, Verona, Venezia, ma soprattutto da quelle trevigiane e vicentine che videro uno spopolamento mai visto prima, non subito riconosciuto dal governo italiano; in questo contesto la Chiesa da una parte metteva in guardia i fedeli dalla smania di voler andar via a tutti costi e con poche certezze di riuscita, dall’altra benediceva gli emigranti prima della partenza accompagnandoli con il suono beneaugurante delle campane.
Un ruolo importante nella propaganda a favore delle partenze per il Brasile, come del resto anche per l’Argentina ed il Venezuela, fu svolto dagli agenti di emigrazione, per lo più assoldati dalle compagnie di navigazione le quali, a loro volta, strizzavano l’occhio al governo brasiliano e aumentavano annualmente i loro affari: questi agenti percorrevano campagne e paesi del Nord Italia, affiggendo manifesti con gli avvisi di imbarco e promuovendo incontri con la gente nelle osterie e nelle piazze. L’opera di questi agenti fu severamente criticata da chi si occupava di emigrazione: l’allora vescovo di Piacenza, Giovanni Scalabrini, si immortalò a difesa di quanti partivano e fu un avversario implacabile per la maniera in cui gli agenti reclutavano gli emigranti. “Libertà di emigrare, ma non di far emigrare” era il principio di Scalabrini che denunciava nelle sue espressioni contro questa emigrazione indotta. Nel 1888 egli si oppose alla legge che legalizzava la professione di agente di emigrazione che lui definiva “turpis lucri gratia”, sensali di carne umana. Non possiamo comunque ritenere gli agenti di emigrazione i responsabili di questo esodo, senza dubbio contribuirono però a suscitare un’atmosfera di ottimismo utopico circa la ricchezza al di là del mare e convincere così gli indecisi.
Pur se relativamente breve, il viaggio in mare era estremamente difficoltoso causa il sovraffollamento delle navi dove veniva imbarcato sempre un un terzo in più della capienza dichiarata, a cui si sommavano il caldo, la carenza di cibo e di igiene personale; i casi di morte erano frequenti, dovuti soprattutto a malattie come il tifo, il colera, la peste bubbonica, la polmonite e la famigerata pelagra (escorbuto) per mancanza di verdure e vitamina C nell’alimentazione. Nelle liste di imbarco gli emigranti dichiaravano quasi tutti di essere agricoltori, perché sapevano che sarebbero stati accettati più facilmente; la loro età media era tra i 20 e i 40 anni, nella maggioranza dei casi erano già sposati e con prole.
Di fatto il governo brasiliano permise che i coloni continuassero a vivere secondo costumi e tradizioni delle loro terre d’origine: tutti di religione cattolica, professarono il loro credo anche nei paesi che fondarono in Brasile con canti e preghiere in latino, feste solenni, processioni, accostamento frequente ai sacramenti, culto dei santi, gli stessi che veneravano qui. Tra gli emigranti si esaltava il lavoro come unico modo per guadagnarsi da vivere, ed in generale si viveva secondo sani principi come il rispetto per gli altri, la parola data, la castità e l’amore per il prossimo. La domenica mettevano il vestito buono, assistevano alla messa, recitavano il rosario; non mancavano di incontrare gli amici per commentare le notizie ricevute, magari dall’Italia, intonare un canto, fare una partita a carte, giocare alla morra. Anche nella costruzione delle loro abitazioni gli emigranti rispettarono i modelli presenti qui: dopo un primo alloggio di fortuna costruito nella fase di “taglia e brucia il bosco”, si potè provvedere ad una casa di mattoni, con le camere al piano rialzato, la stalla per gli animali al piano terra, il terrazzo di legno dove far asciugare i prodotti dei campi e i panni dopo la “lissia”. La cucina era sempre staccata dalla costruzione principale poiché temevano che, in caso di incendio, questo potesse estendersi all’intero edificio.
ll’interno della famiglia si cementava una forte solidarietà, come anche tra coloni della stessa zona o che avevano condiviso la traversata oceanica. Nuove famiglie nacquero tra giovani che avevano compiuto il viaggio insieme e poi si erano insediati in lotti vicini. Era abitudine che quando un colono si trovava in difficoltà per salute o lavoro, tra i vicini si facesse in modo di aiutarlo con una colletta; le strade, le chiese e le cappelle nacquero e vennero mantenute con l’aiuto di tutti e c’era sempre qualcuno che era disponibile a donare una parte del suo lotto se necessitava un luogo di incontro o di culto da edificare, un cimitero o una scuola. In ogni comunità erano presenti determinate figure professionali indispensabili: la levatrice era una di queste, una donna di cui non si poteva fare a meno in una società a forte crescita demografica non ancora dotata di ambulatori o ospedali per il parto.
Buona parte degli emigranti dichiarava di non saper leggere e scrivere e pochi parlavano la lingua italiana: si esprimevano esclusivamente nei loro dialetti di origine, che presto si fusero con quelli degli altri coloni del Nord Italia, dando vita al talian, diventato lingua franca e sopravvissuto anche alla campagna di nazionalizzazione degli anni Trenta che proibiva di esprimersi in lingue diverse dal portoghese.
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È molto vasta la produzione scritta e soprattutto orale di opere in talian: questa breve storia è tratta da “Noantri semo taliani gràssie a Dio” di Darcy Loss Luzzatto.
La mula la se gà sbalià
Na olta Mario, Angelin e Costante
i ze ndati pescar zo inte’l rio
dela Zanta. Dopo ‘l mesdì se gà butadi a riposar soto a le piante e i gà molà
le bestie a pascolar li darente.
Là d’un toc una mula la gà visto
qualcosa strània, chissà bona,
soto le piante e la se gà metesta
a morsegar, sol che la morseghea
la testa de Mario.
Lu ‘l se gà alsà svelto, spaventà,
intanto che i altri i se la godea
e i ridea come i mati.
Lora, salta fora Angelin e el ghe dise:
“La mula la pensea che la to testa,
cossita pelada, la fusse una suca metesta via soto a le piante!”.




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