Nel maggio 1987 un ritrovamento sulle montagne bellunesi ha cambiato per sempre la storia preistorica delle Dolomiti. L’autore di questa scoperta è Aldo Villabruna, appassionato ricercatore che insieme a Carlo Mondini ha riportato alla luce i resti di un uomo vissuto più di 14.000 anni fa, noto oggi come il Cacciatore della Val Rosna. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere la storia di questa scoperta e per parlare del libro e del museo che ne tengono viva la memoria.
Ci riporta indietro a quel giorno? Come avvenne il ritrovamento?
È passato tanto tempo ma ricordo tutto come fosse ieri. Mi trovavo lungo il fianco sinistro della Val Schener quasi per caso. Ero in compagnia di Carlo Mondini, mio amico e compagno di esplorazioni da oltre cinquant’anni. Non è stata una scoperta casuale nel senso stretto: la nostra presenza lì era frutto di anni di ricerche sul campo, di sopralluoghi, di studio di carte e indizi. Ma certo, come dico sempre, un po’ di fortuna serve.
Da cosa nasceva questa ostinazione a cercare tracce preistoriche in una valle ritenuta ‘impossibile’?
Era quasi un paradosso: regioni vicine come il Trentino o il Friuli restituivano abbondanti testimonianze della frequentazione umana in epoca preistorica. Da noi invece si pensava che i ghiacciai avessero reso le vallate inaccessibili troppo a lungo. In parte era vero: l’ultima lingua glaciale copriva ancora le nostre zone fino a circa 15.000 anni fa, ma quando si ritirò lasciò dietro di sé un territorio dissestato ma di nuovo abitabile. Gli animali pionieri tornarono, seguirono le foreste, e infine arrivò l’uomo.
Cosa ha provato quando ha capito di aver trovato un reperto tanto antico?
È stato un momento che non dimenticherò mai. Durante lo scavo mi sono trovato davanti la mano dello scheletro. Sapevamo dai primi indizi archeologici che poteva avere almeno 12.000 anni, ma le datazioni successive hanno confermato oltre 14.300 anni. Mi sono fermato, quasi in silenzio, e mi sono scusato con lui. Mi sono sentito un intruso, ma anche un testimone privilegiato di un pezzo di storia incredibile.
Questa scoperta ha cambiato qualcosa nel modo di guardare alla preistoria delle Dolomiti?
Ha cambiato molto. Ha dimostrato che la nostra zona era frequentata già in epoca epigravettiana, quindi che l’uomo aveva la capacità e la determinazione di spingersi in territori considerati marginali o ostili subito dopo il ritiro dei ghiacci. È un messaggio potente: parla di adattamento, di coraggio e di migrazione.
Oggi questa storia vive anche in un museo a Sovramonte. Ce ne parla?
l museo nasce grazie alla volontà del Comune di Sovramonte e di studiosi come il professor Peresani dell’Università di Ferrara. È un museo piccolo ma prezioso. È pensato in modo didattico, con percorsi chiari, vetrine all’altezza dei bambini e una sala dedicata ai laboratori. I visitatori possono vedere reperti autentici, ricostruzioni, filmati basati su dati scientifici. Non ci sono invenzioni, non c’è niente di romanzato: tutto quello che si vede si basa su dati di scavo e documentazione archeologica.
l museo è pensato soprattutto per i più giovani, giusto?
Sì. Credo che la divulgazione debba essere semplice, comprensibile. Le spiegazioni complicate servono a poco se non arrivano a chi non è del mestiere. Mio figlio, mio nipote, devono capire di cosa parliamo quando raccontiamo la preistoria. Per questo abbiamo realizzato anche una stanza didattica: i bambini possono toccare, vedere, manipolare riproduzioni di ossa animali, strumenti in pietra, utensili. È un modo per avvicinare la storia in modo pratico.
Oltre al museo, lei ha voluto raccontare questa storia anche in un libro. Com’è nato?
Il libro L’Uomo della Varrosna è nato quasi per necessità. Dopo l’apertura del museo, molti visitatori, soprattutto famiglie, chiedevano se esistesse un libretto per i bambini. Allora mia figlia Chiara ha deciso di raccontare la storia in prima persona, vestendo i panni della figlia del cacciatore. Ha immaginato la vita di questa comunità: la caccia, gli spostamenti, la scoperta di un riparo, la perdita del padre. È un racconto toccante, accompagnato da illustrazioni adatte ai più piccoli. In più abbiamo aggiunto un glossario per spiegare i termini scientifici
È un libro solo per bambini?
No, e spero che venga letto anche dai grandi. Tanti adulti non conoscono questa parte della nostra storia. È un libro semplice, ma corretto dal punto di vista scientifico. Scrivere per i bambini è difficilissimo: non si possono inventare le cose, ma nemmeno usare termini complicati senza spiegazioni.
Dove si può acquistare?
Al momento si trova al museo di Sovramonte e alla libreria Ai Quattro Sassi di Feltre, che è anche l’editore. L’editore ha creduto subito in questo progetto, curando ogni dettaglio: dalla carta alla copertina. Lo portiamo in giro per la provincia con presentazioni e incontri, perché vogliamo far conoscere non solo il libro, ma la storia che custodisce.
Secondo lei perché è importante riscoprire queste radici oggi?
Perché la storia ci ricorda chi siamo. Questo cacciatore era un migrante: 14.000 anni fa si spostava per sopravvivere, seguendo le mandrie, adattandosi al clima, affrontando difficoltà enormi. Noi discendiamo da questi uomini, nomadi e resilienti. Oggi ci dimentichiamo troppo spesso di questa verità. Dovremmo recuperare lo spirito di accoglienza che una volta ci caratterizzava.
Un invito per l’estate?
Portate i vostri figli a vedere il museo. Leggete questo libro sotto l’ombrellone o in montagna. È un modo per imparare divertendosi. E per riscoprire che la nostra storia, anche la più antica, ci appartiene ancora.
Dopo tanti anni di ricerche, continua ancora a esplorare?
Ormai ho dato. Ho passato decenni tra valli e ripari rocciosi, ma la curiosità non mi ha mai abbandonato. Se c’è da raccontare, lo faccio volentieri. La vera scoperta oggi è far conoscere questa storia alle nuove generazioni.
Grazie per il suo racconto, Aldo.
Grazie a voi. Finché ci sarà qualcuno pronto ad ascoltare, questa storia continuerà a vivere.
Manuela Gaio




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