Un conquistador pentito

Sara Balcon | 20 maggio 2025 alle 14:52 | 0 commenti

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Era un giorno di maggio del 1514, nella piccola città di Sancti Spiritus, nell’isola di Cuba. Lo spagnolo Bartolomè de Las Casas, ordinato sacerdote nel 1510, si soffermò attentamente su alcuni passaggi biblici e iniziò a riflettere sulle ingiustizie commesse nelle Americhe dai conquistadores spagnoli. Las Casas prese quindi una decisione: dedicare la sua intera esistenza alla difesa dei nativi americani.
Bartolomè de Las Casas in realtà mosse i suoi primi passi nel Nuovo Mondo proprio come conquistador. Nato a Siviglia, che all’epoca era una delle città da cui partivano le spedizioni spagnole dirette in America, fin da ragazzo, Bartolomè ebbe l’opportunità di convivere con un bambino indio, un dono fattogli dal padre che, modesto mercante, aveva partecipato ad alcune spedizioni nelle Americhe con Cristoforo Colombo.

Nel 1502 fu la volta di Bartolomè che, imbarcatosi assieme a Nicolàs de Ovando – nominato governatore delle Indie Spagnole –, giunse nelle Antille, dove prese parte alle campagne di conquista comportandosi come un qualunque conquistador. Ampliò i suoi possedimenti e sfruttò gli indigeni come schiavi, così come erano soliti fare gli encomenderos, ossia i coloni proprietari di terre nel Nuovo Mondo.
Gli europei giunti nelle Americhe si trovarono di fronte a un popolo indigeno che ben presto iniziarono a considerare inferiore e arretrato. Questa ipotetica superiorità europea si esplicitò nella pratica del requerimiento, ossia un’ingiunzione rivolta agli indios affinché accettassero la sovranità spagnola e la religione cattolica, ma in realtà fu il pretesto per giustificare l’asservimento dei locali, le ingiustizie, gli abusi, le uccisioni e la conversione forzata.

Gli eccidi di Cuba, la predicazione domenicana e la sempre maggior vicinanza alla vita religiosa mutarono, gradualmente, l’atteggiamento di Bartolomè de Las Casas nei confronti della brutale conquista.

Las Casas divenne quindi la voce critica della conquista militare del Nuovo Mondo e il protettore degli Indios. Denunciando alla corte spagnola i maltrattamenti e i metodi sanguinari impiegati, arrivò persino a esporre le sue posizioni di fronte all’imperatore Carlo V. Fu così che nel 1542 vennero elaborate, su ordine dello stesso imperatore, le “Nuove leggi”, che avevano la finalità di garantire la protezione dei nativi. Queste leggi incontrarono presto l’opposizione dei potenti encomenderos, tanto che ben presto vennero abrogate.

A rendere note a livello internazionale le brutalità dei metodi utilizzati nella conquista, fu la pubblicazione della più importante opera di Bartolomè del Las Casas: “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”. Il volume, dal 1578, venne infatti tradotto in varie lingue e tra le edizioni che videro una maggiore diffusione si anniverano quella tedesca e quella latina del 1598, con le incisioni realizzate da Theodor de Bry, quali rappresentazioni delle terribili agonie e torture a cui furono sottoposte le popolazioni indigene. L’opera fu considerata dagli oppositori di Las Casas come anti-spagnola e anti-cattolica. In realtà il volume aveva lo scopo di denunciare il genocidio di un’intera popolazione e di far luce sulle innumerevoli ingiustizie, ponendosi come un’esortazione rivolta al sovrano spagnolo – in quel momento Filippo II, successore di Carlo V – perché ordinasse la fine delle violenze nel Nuovo Mondo e promuovesse un nuovo modello di colonizzazione basato su un pacifico rapporto con i locali.

Sara Balcon

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