Kosseir. Un’altra Belluno

Francesco Jori | 29 aprile 2025 alle 16:23 | 0 commenti

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Un’altra Belluno. In giro per il pianeta, c’è una realtà bellunese sommersa, fatta di qualcosa come 200mila abitanti: tanti quanti quelli che vivono oggi in patria. La storia dei nostri emigrati, dall’ultimo scorcio dell’Ottocento in poi, è segnata da un esodo che accanto alle località classiche, specie del Sudamerica, li ha condotti a cercare fortuna anche nei posti più impensati. Uno di questi è Kosseir, piccolo porto sul mar Rosso con poco più di mille abitanti; un tempo famosa perché costituiva il principale punto d’imbarco per i pellegrini musulmani diretti alla Mecca, decaduta dopo l’apertura del canale di Suez nel 1869; e oggi conosciuta come El Quseir, rinomata località balneare che ha beneficiato del boom del turismo di massa sul trascinamento di Sharm-el-Sheikh, e che conta 40mila abitanti.

Agli inizi del Novecento riveste un ruolo particolare a livello economico, per la presenza a una trentina di chilometri dalla costa di alcune miniere di fosfati. I primi italiani ad arrivare sono i piemontesi dell’impresa dei fratelli Vola Gera, incaricata di costruire una ferrovia a scartamento ridotto per collegare il porto di Kosseir con i giacimenti minerari di Gebel Duwy e di Hamadat. Dal 1913 opera in zona un’altra realtà italiana, la Società Fosfati, peraltro una piccola azienda che a un certo punto mette addirittura in preventivo la chiusura. A rianimarla e rilanciarla è l’intervento agordino: una realtà che in campo minerario può contare sulla preziosa esperienza maturata in modo particolare nella bellunese Valle Imperina. Il primo in assoluto ad arrivare in zona è Pietro Ettore Cagnati, di Tiser, frazione di Gosaldo: diplomato nel 1894 alla Scuola mineraria di Agordo, nel 1899 parte per Kosseir; farà ritorno definitivamente a casa solo agli inizi del 1921. Ma l’artefice della rivitalizzazione dell’impresa è Riccardo Decima, perito minerario di Taibon Agordino, che diventa direttore tecnico della Società Fosfati, facendola crescere in poco tempo: eroe della Grande Guerra decorato di medaglia d’argento per un’azione contro gli austriaci sul Colbricon, viene inviato in Egitto nel 1920 per occuparsi delle miniere di Kosseir, rilanciando la produzione alla grande. Vi rimarrà fino al 1939, dando impulso oltretutto alla nascita di una vera e propria cittadina.

È soprattutto grazie a lui che ben presto a Kosseir si costituisce una comunità italiana di un paio di centinaia di persone, l’ottanta per cento delle quali provenienti dall’Agordino, molte accompagnate dalle rispettive famiglie. Così nella piccola località egiziana sorgono nuove case, e una scuola con una decina di ragazzi italiani più altri arabi che imparano la nostra lingua affidata a Pellegrino Pellegrini, bellunese di Rocca Pietore. Vengono inoltre realizzati un ospedale in cui opera tra l’altro come ostetrica la moglie dello stesso Pellegrini, Angelica Ganz, una centrale elettrica, uffici, una mensa, e una chiesa affidata ai frati francescani che ricalca esattamente quella di Taibon Agordino.
Quella bellunese in Egitto è una presenza che dura a lungo: l’ultimo ad andarsene, dopo ventisei anni di permanenza, sarà il 2 settembre 1963 Mario Follador, perito minerario e da quattro anni direttore tecnico del complesso. Il 26 dicembre 1926 negli impianti minerari della cittadina arriva Sua Maestà Fuad I, re d’Egitto, il quale, come ricorda una lapide affissa a ricordo dell’evento, «onorava della sua visita questa miniera ad esaltazione del duro lavoro che da anni compiono in questa deserta plaga tenacemente i lavoratori italiani».

Francesco Jori

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