India leggendaria. Quando le rive del Gange segnavano i confini del mondo

Sara Balcon | 01 gennaio 2025 alle 08:31 | 0 commenti

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Oltre la cordigliera dell’Hindukush, si estende una terra sconosciuta, avvolta da un’aura di leggenda, popolata da esseri meravigliosi e mostruosi allo stesso tempo; una terra raggiunta solo da Dioniso ed Ercole, che ha sempre suscitato un fascino particolare nell’immaginario collettivo e soprattutto nella mente del grande condottiero macedone Alessandro Magno. Questa terra è l’India.

L’India era vista dagli antichi Greci e dai Romani come un paese leggendario, per le scarse conoscenze sul suo territorio e sui suoi popoli. Gli storici dell’antichità la confinavano all’estremità del mondo, là dove il mito si congiungeva con la leggenda. Tanti hanno cercato di esplorare questa regione, ma fu proprio Alessandro Magno a spingersi sino alla valle del Gange, al confine con l’attuale Pakistan.
Dopo aver sconfitto Dario III ed aver così soggiogato il più vasto impero che il mondo avesse mai visto, esteso dall’Asia Minore alla Mesopotamia e all’Indo, Alessandro non era ancora sazio di conquiste. La marcia inarrestabile portò Alessandro e i suoi uomini ad affrontare le nevi perenni dell’Hindukush, a sottomettere le tribù bellicose locali e a oltrepassare l’Indo nel 326 a.C. Una volta sconfitto l’imponente esercito di Poro nella battaglia del fiume Idaspe (attuale Jhelum), Alessandro si diresse verso la valle del Gange, desideroso di impossessarsi dell’intera regione indiana.

Lo scenario che si aprì di fronte ai Macedoni era composto di popoli, animali e piante, mai visti prima nel mondo occidentale. Gli occidentali, per la prima volta, conobbero il baniano (Ficus benghalensis), albero sacro in India, le cui dimensioni lasciarono stupiti gli antichi cronachisti. Essi riportarono nei loro scritti come non fossero bastati nemmeno cinque uomini per abbracciare la sua circonferenza e la sua chioma fosse talmente ampia da offrire ombra per ben quattrocento cavalieri. Alessandro e i suoi uomini conobbero ben presto anche le proprietà terapeutiche di una pianta attualmente molto utilizzata, l’aloe. Gli esperti erboristi che il Macedone portò al suo seguito ritornarono in patria con un notevole bagaglio di informazioni relative alle erbe medicinali asiatiche, utilizzate anche come antidoti per i morsi di serpenti e punture di insetto.

Le meraviglie indiane non erano però concluse. Tigri, pappagalli, rinoceronti, scimmie, dalle dimensioni così grandi da essere scambiate per umani e gli elefanti da guerra sbalordirono gli occidentali.
Quando si pensa agli elefanti nel mondo antico la mente corre allo scontro tra Romani e Cartaginesi e alla traversata delle Alpi di Annibale. In realtà i primi confronti di un esercito europeo con gli elefanti da guerra risalgono proprio alle campagne del Macedone, che dovette affrontare duecento elefanti schierati in prima linea da Poro.

E gli abitanti locali? Nearco, l’ammiraglio di Alessandro, descrive gli Indiani nel suo diario come gente ossuta, più alta e smilza degli altri uomini. I ricchi erano soliti tingersi la barba di bianco, rosso, blu o verde e indossavano orecchini di avorio, secondo usi e costumi totalmente estranei al mondo occidentale, stravaganti nel sentire comune greco.

Sebbene l’avventuroso viaggio del Macedone si risolse in un fallimento politico, determinò la scoperta di un nuovo mondo, precedentemente accessibile solo ad eroi e divinità e ora divenuto raggiungibile anche da un condottiero e i suoi uomini. Un incontro tra popoli e culture che valse ad Alessandro Magno il grandissimo merito di riuscire nell’impresa di conciliare due mondi, quello greco-occidentale e quello orientale, dando vita ad una embrionale forma di globalizzazione intercontinentale.

Sara Balcon

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