Marta Sammartini. Una scultrice del ‘900

Redazione | 31 dicembre 2024 alle 10:25 | 0 commenti

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Nata a Belluno nel 1900, discendente da una famiglia bellunese, Marta Sammartini fu una delle poche scultrici del Novecento. Quest’anno ricorre il settantesimo della morte, avvenuta nel maggio 1954, a Pieve di Soligo, dove visse gran parte della sua vita. Trascorse varie estati nella villa di famiglia ad Orzes, alle porte di Belluno, e visse a Venezia, nei palazzi di famiglia ereditati dai Balbi Valier; proprio nella città lagunare ebbe modo di perfezionare gli studi di disegno e arti plastiche, per le quali aveva dimostrato fin da bambina una grande predisposizione.

Nella sua autografia, rivela un episodio di quando aveva cinque anni: “Ricordo che eravamo ad Orzes dove, durante una processione, feci, con altri bambini, raccolta di una grande quantità di cera che sgocciolava dai ceri; la rimodellai e realizzai un vero gregge con i pastori, che poi di nascosto distribuii sull’altare”. Si perfezionò privatamente nell’atelier del cadorino Annibale De Lotto, il quale, in quel periodo, era docente di scultura all’Accademia di Belle Arti. Iniziò a lavorare la creta fin da giovanissima, scegliendo scenette di bambini e di animali.

Pochi anni dopo, allo scoppio della I Guerra mondiale, Marta fu impressionata dagli eventi bellici – lei stessa nel 1917 andò, con la famiglia, profuga a Bologna e Firenze – e realizzò alcune delle opere più importanti della sua carriera. Oltre a dedicarsi alle figure realizzate in bronzo e creta e ai disegni, si perfezionò nella pittura. Scandalizzando i benpensanti, si cimentò anche nella scultura su marmo, allora considerato ancora prerogativa maschile. Negli anni ’30 le sue opere iniziarono ad essere ripetutamente esposte al pubblico: più volte a Venezia, alle Biennali d’arte e alla Fondazione Bevilacqua La Masa, ma anche a Napoli, Padova e Sanremo, per non citare che alcune sedi.

Di notevole impatto religioso sono gli affreschi nella Parrocchiale di Pieve di Soligo. Nella sua produzione si possono trovare, quindi, opere di genere, opere ispirate alla Grande Guerra, ritratti e soggetti religiosi, temi che ha trattato con estrema naturalezza, forza ed espressività. Spesso vengono rappresentati anche i suoi famigliari, in particolare le giovani nipoti Tudy e Girolama.

Un suo nipote, Vettor, sfogliando il catalogo, afferma: “Sono due le opere della zia Marta che mi piace evidenziare; una è “Il palombaro”, che raffigura il suo amato, morto durante la Guerra; lo scafandro che indossa evidenzia l’impossibilità di un abbraccio.

L’altra opera, invece, è il “Ritratto della signorina Lena Battistella”: un visitatore della mostra se ne invaghì e volle conoscere la modella: si innamorarono e si sposarono.” Tuttavia, il suo capolavoro, realizzato con sensibilità ed acutezza, viene considerato “La madre profuga”: con forza espressiva, è assurto a simbolo femminile della crudeltà della guerra.

Irene Savaris

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