L’imperatore Carlo Magno (742-814) e il califfo Harun al Rashid (766-808), chiamato anche Aronne il ben guidato, non si incontrarono mai, ma si conobbero attraverso i loro emissari e si scambiarono anche preziosi regali. Basti pensare che Harun inviò a Carlo un elaborato orologio ad acqua, profumi, stoffe pregiate oltre ad un talismano che era composto da una collana con un grande zaffiro ed altre pietre preziose.
Al centro di questo monile Carlo fece inserire pezzi della vera croce e capelli della Madonna; e con questo volle essere sepolto ad Aquisgrana1.
Harun al Rashid apparteneva alla famiglia araba degli Abbasidi ed era il V califfo che governò la Umma islamica dal 786 al 809.
La sua ricchezza e la magnificenza della sua corte a Bagdad stupivano tutti i visitatori.
Fu lui che ispirò molte novelle del gioiello della letteratura araba, “Le mille e una notte”.
Eginardo (770-840) storico e architetto alla corte di Aquisgrana di Carlo Magno, in “Vita et gesta Caroli Magni” riferisce che una delegazione composta dall’ebreo Isacco e da Lantfrido e Sigismondo partì da Aquisgrana per andare a Bagdad da Harun al Rashid.
Come sempre portavano doni: secondo il cronista Notkero Balbulo (840-919) c’erano cavalli, muli spagnoli, pesanti tessuti, ma soprattutto feroci cani che potevano combattere contro leoni e tigri.
Carlo Magno chiedeva in cambio un elefante e Harun al Rashid lo accontentò.
Si pensa sia stato un elefante indiano, al quale il califfo aveva dato il nome di Abul Abbas, un nome importante se si pensa che il capostipite della dinastia abbaside, morto nel 754, si chiamava Abul Abbas al Saffah, ma Abul Abbas Mahmud è anche il nome dell’elefante citato nel Corano.
La delegazione di Carlo Magno partì da Aquisgrana nel 797 e arrivò a Treviso, dove il conte Gebardo stava organizzando una missione a Gerusalemme per ricuperare reliquie. Il gruppo partì dal porto di Mestre e arrivò a Gerusalemme e da qui continuò verso Bagdad per incontrare Harun al Rashid.
L’ebreo Isacco ripartì da Bagdad dopo alcuni mesi con l’elefante e gli altri doni, ma senza Lantfrido e Sigismondo, morti durante il viaggio. Venne scortato da un drappello di cavalieri di Harun e insieme percorsero il lungo viaggio fino in Tunisia, dove si imbarcarono su navi con bandiera del califfo.
Sbarcarono a Portovenere, vicino a La Spezia e da lì proseguirono per Vercelli dove passarono l’inverno.
Nella primavera dell’802 il gruppo, con l’elefante, partì per Aquisgrana distante 900 chilometri.
Gli ambasciatori del califfo giunsero prima e, come riportato dagli Annales regni Francorum, annunciarono a Carlo Magno l’arrivo di Isacco con grandi doni.
Isacco e il gruppo con l’elefante percorsero il tragitto in circa tre mesi (10 chilometri al giorno), suscitando lo stupore della gente al loro passaggio.
L’arrivo ad Aquisgrana avvenne il 20 luglio 802. Ad accogliere l’elefante c’era Carlo Magno e tutta la sua corte.
L’elefante era conosciuto solo attraverso i libri con le storie di Pirro o di Annibale, ma nessuno lo aveva visto così da vicino. Abul Abbas divenne il simbolo della forza dell’imperatore che lo portava con sé anche durante le guerre. Fu proprio nel 810, a Lippeham in Danimarca, durante una guerra contro i normanni, che l’elefante Abul Abbas improvvisamente morì.
Probabilmente, secondo studi recenti, l’avorio delle zanne fu utilizzato per costruire qualche prezioso oggetto religioso.
Paolo Doglioni
- Questo talismano era sempre portato da Carlo Magno, attaccato a due lacci di cuoio, convinto delle sue influenze benefiche. Quando nell’anno 1000 l’Imperatore Ottone III, nella Cattedrale di Aquisgrana, farà riesumare la salma di Carlo se ne impossessò e per anni, di questo talismano, non se ne seppe niente. Nel 1804 Napoleone e Giuseppina erano ad Aquisgrana e durante la messa il vescovo donò alla futura imperatrice questo gioiello in ringraziamento della restituzione, da parte di Napoleone, delle reliquie sequestrate durante la rivoluzione. Giuseppina lo lascerà, poi, in eredità alla figlia Ortensia Beauharnais, moglie di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone. Alla sua morte Ortensia lascerà il talismano al figlio Napoleone III, la cui moglie Eugenia de Montijo lo donerà alla Cattedrale di Reims, dove tuttora si trova. ↩︎


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