La parola “partire” rimanda sempre a qualcosa di doloroso. Sarebbe diverso se si usasse il verbo “viaggiare”. Partire ci ricorda la “valigia della vita”, significa chiudere una porta, forse per sempre, per aprirne altre. Vuol dire andarsene, fuggire da un territorio, da una situazione difficile, cercare vite migliori. Oggi però non è più così. Non lo è per chi è nato e cresciuto in ambienti relativamente semplici, ma lo è ancora, purtroppo, per chi vive in situazioni precarie, per chi cerca una vita migliore.
L’emigrante conosce questa realtà, l’ha vissuta in un passato ormai lontano, e il migrante la vive anche oggi. In un mondo complesso, in cui i paradigmi del lavoro e dell’occupabilità non sono più lineari, partire significa andare verso un ignoto che poi diventa normalità, uscire dalla propria zona di comfort non tanto per cercare un lavoro tout court, quanto per imparare a navigare in acque incerte e reinventarsi presente e futuro.
Si affinano abilità e competenze per la vita, così come sono richieste nella nostra società. Non si parte più solo per cercare un posto di lavoro o per imparare un mestiere; oggi è più importante la flessibilità e le competenze richieste sono il pensiero critico, la capacità di stare con gli altri, la risoluzione dei problemi, la fiducia in un futuro incerto e instabile.
Partire diventa quindi un’ispirazione, un aggancio in qualcosa di ignoto che poi si trasformerà in qualcosa di nuovo e, infine, in una possibile restituzione al proprio territorio.
Ma oggi, cosa spinge i giovani bellunesi a partire? Lo chiediamo ad Andrea Talpina, uno tra i tanti, uno dei molti che hanno lasciato il territorio italiano e bellunese per altri paesi.
Andrea, quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a partire?
Partire non è mai una scelta presa alla leggera. “Partire” inteso come lasciare le proprie certezze per cercare una nuova vita altrove. Per partire bisogna essere consapevoli di ciò che si lascia: i propri legami, il lavoro, le abitudini, e sapere che non si conosce ciò che si troverà. Non è mai una scelta fatta con leggerezza. La motivazione che mi ha spinto a partire è la volontà di scoprire cosa ha da offrire il mondo. Scoprire nuove culture, sperimentare nuovi lavori e formare nuovi legami. In sostanza, è la voglia di cercare una nuova prospettiva per il futuro che mi ha spinto a partire.
Cosa significa “scoprire” per te?
Scoprire significa aprire la mente. Vuol dire avere fame di conoscere, di apprendere, di ampliare i propri orizzonti. Per scoprire bisogna essere curiosi. Quando scopri e impari nuove cose, arricchisci te stesso e ciò ti rende più forte. Scoprire è come costruire, se mi permetti la similitudine. Ogni scoperta è un nuovo mattone che aggiungi alla tua casa. La ingrandisci, aggiungi nuove stanze, raccogli nuove esperienze che nel tempo la riempiono, rendendola più forte e viva. L’importante è sapere mettersi in gioco.
Perché mettersi in gioco?
Perché quando ti metti in gioco metti da parte le tue insicurezze e decidi di vivere il presente. Concentrandoti sul qui e ora, ti senti più coraggioso e affronti ogni situazione con decisione. Soprattutto quando vai in un altro paese con l’idea di rimanerci per un periodo medio/lungo, sai che si presenteranno situazioni nuove, nuovi lavori e sicuramente qualche difficoltà. Sarai costretto a uscire dalla tua zona di comfort. È qui che entri in “modalità attacco” e decidi di affrontare le nuove esperienze senza aver paura di fare errori.
Perché fare errori è così importante?
Fare errori è fondamentale! È solo sbagliando che impari cose nuove. Ti rende più resiliente e capace di sviluppare nuove capacità di problem solving. Imparando, implementi il pensiero critico e arricchisci la tua creatività. Più sbagli, più cresci. La società odierna trasmette solitamente il messaggio di dover essere sempre perfetti, e quindi per esserlo non bisogna mai sbagliare. Di conseguenza, questo concetto si traduce nel non tentare. Contrariamente a questo, uscire dalla propria zona di comfort, mettersi in gioco, sbagliare, imparare e ricominciare con nuova consapevolezza è la base del processo di apprendimento. Se l’intenzione è imparare cose nuove, allora conoscere nuove culture è un buon punto di partenza.
Qual è il significato profondo di conoscere altre culture?
Conoscere altre culture ci rende consapevoli che il mondo è molto più grande e complesso di quanto crediamo. Molte cose che noi naturalmente troviamo corrette, possono non esserlo per una cultura diversa dalla nostra. Immergersi in contesti differenti ci permette di sviluppare il nostro pensiero critico e di comprendere meglio i diversi punti di vista. È un esercizio che ci rende consapevoli, più tolleranti, meno frettolosi nel giudicare il prossimo. È tramite la nostra volontà di scoprire che saremo capaci di comunicare con gli altri e costruire insieme la nostra “casa”.
Dalle parole di Andrea emerge una forte volontà di crescita, sia umana che professionale. Oggi la consapevolezza delle proprie azioni sembra andare oltre la legittima e comprensibile necessità di lavoro. Il suo partire, a nome di molti giovani e meno giovani, si avvicina maggiormente a questo noto pensiero attribuito a George Bernard Shaw e utilizzato da molti nel mondo, tra cui John Fitzgerald Kennedy: “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”.
Avanti tutta, Andrea: “impara” molto, il tuo andare e il tuo ritorno arricchiranno un’intera comunità.
Loriana Pison




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