Quando si guarda alla nuova emigrazione ha ancora senso etichettarla come “fuga dei cervelli”? Secondo uno studio di Fondazione Nord Est la risposte è no. Su Bellunesi nel mondo di ottobre 2024 avevamo già trattato l’indagine realizzata dalla Fondazione e sfociata nel libro “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero. Propensione e motivazione”. L’analisi, condotta con l’obiettivo di comprendere le dinamiche sottese alle partenze che ogni anno portano migliaia di connazionali a lasciare il Paese, aveva raccolto opinioni e valutazioni di persone tra i 18 e i 34 anni che avevano deciso di emigrare o che al contrario avevano scelto di restare. In una recente nota, la stessa Fondazione ha aggiunto alcuni elementi al proprio approfondimento, entrando più in dettaglio nel profilo dei giovani espatriati.
Laureati in minoranza
Uno degli aspetti più interessanti che emergono è che la narrazione sulla nuova mobilità è spesso fuorviante. La tendenza è infatti quella a celebrare i talenti che dal Bel Paese vanno a fare fortuna all’estero, in centri di ricerca di eccellenza, in aziende prestigiose, in istituzioni blasonate. Una prospettiva che lascia al buio una grossissima porzione del vasto e complesso fenomeno rappresentato dalle nuove partenze. «La maggior parte dei giovani italiani che emigrano – sottolinea la Fondazione – non ha in tasca il titolo di studio più alto», ossia la laurea. Anzi, nel periodo tra il 2011 e il 2023, circa il 30% degli oltre 550mila giovani trasferitisi oltre confine non ha nemmeno il diploma di scuola media superiore. Se si aggiunge che un altro 35% possiede al massimo il diploma, risulta evidente come la quota dei laureati sia in minoranza.
Scelta o necessità?
Altro punto cardine della visione edulcorata sulla nuova emigrazione è quello che fa derivare le partenze dei giorni nostri da libere scelte, relegando nel passato l’emigrazione vincolata dal bisogno. In realtà, anche oggi le cose sono un po’ più articolate, e l’emigrazione per necessità è tutt’altro che finita. Fondazione Nord Est ha esaminato come le condizioni socioeconomiche e culturali di partenza influenzino le motivazioni di espatrio, e a cascata le attività professionali svolte all’estero. Osservando il retroterra dei nuovi emigranti, l’indagine ha definito due diversi profili: gli svantaggiati e gli avvantaggiati. Due gruppi che, «dal punto di vista della spinta ad andare all’estero, possono essere anche battezzati come “emigrati per necessità” e “emigrati per scelta”».
Gli “svantaggiati” sono persone «con tenore di vita dichiarato nella media, provenienti da piccoli centri e con genitori con basso titolo di studio che ricoprono profili professionali di operaio o pensionati». Gli “avvantaggiati” sono invece «giovani con un tenore di vita percepito alto o molto alto, provenienti dal centro città di comuni più ampi e con i genitori dirigenti o impiegati, entrambi con almeno il titolo di studio secondario, spesso laureati».
Fatta questa premessa, la ricerca va a vedere come le condizioni di partenza si riflettano sulle motivazioni per l’espatrio. Gli “svantaggiati”, che tendenzialmente emigrano per necessità, sono spinti dalla ricerca di migliori opportunità di lavoro e dal desiderio di una migliore qualità della vita. Gli “avvantaggiati” sono attratti oltre confine soprattutto da occasioni di studio o formazione, oltre che da migliori possibilità di lavoro.
Dimmi chi sei e ti dirò dove lavorerai
I differenti status influenzano inoltre gli sbocchi lavorativi degli espatriati. «Tra coloro che sono partiti contando su condizioni di vantaggio – evidenzia il rapporto – è più ampia la quota di chi svolge una professione intellettuale (23,1% rispetto a 4,9% di chi ha origini svantaggiate) o impiegatizia (40,2% rispetto al 30%). Viceversa, tra coloro che sono partiti per necessità è più significativa la percentuale di persone impiegate nei servizi (17,6% rispetto a 10,4%) e di quanti sono operai specializzati o semi-specializzati (21,6% rispetto a 2,6%) o hanno impieghi non qualificati (8,1% rispetto a zero)». Da aggiungere che la quota di quanti frequentano un corso universitario, post-universitario o dispongono di una borsa di ricerca «è doppia tra coloro che partono per scelta rispetto a chi parte per necessità». Tra questi ultimi, inoltre, è più alta la percentuale di disoccupati.
Tornando alla questione iniziale, quindi, la definizione “fuga dei cervelli” appare quantomeno limitata. E sicuramente non in grado di rendere giustizia alla molteplicità di forme che – oggi come ieri – la mobilità presenta.
Simone Tormen




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