Visibili a tutte le ore del giorno e riconoscibili, oltre che per i loro “attrezzi del mestiere”, anche per uno speciale richiamo in grado di attirare i clienti. Ma soprattutto, figure tre le «più care ai ragazzi» milanesi. Così descriveva gli scòti (chiamandoli con la doppia T, “scotti”) la Rivista italiana d’arte culinaria nel 1911. Con un approfondimento intitolato “La colonia degli scotti”, il periodico meneghino tracciava un ritratto di quei venditori ambulanti di castagne e pere cotte che giungevano dalla Val di Zoldo.
Organizzati in compagnie, raggiungevano il capoluogo lombardo finita l’estate («l’autunno – scriveva la Rivista – oltre che far cadere le foglie e fuggire le rondini, fa scendere a Milano la colonia degli “scotti”). Qui, equipaggiati con contenitori a tracolla e appositi misurini per trasportare e dosare i prodotti da distribuire (fondamentali anche i sacchetti di iuta con cui mantenerli caldi), si piazzavano nei punti più frequentati della città, dividendosi i quartieri, e iniziavano la loro cantilena: “Castagne calde, scòti”, «richiamo che non muta mai – rilevava l’articolo della Rivista – anche se le castagne si sono gelate nell’attesa o se sono quelle del giorno prima».
Secondo quanto riferisce la Rivista italiana d’arte culinaria, che li definiva «buona gente», la loro comparsa a Milano va fatta risalire alla metà dell’Ottocento, quando i primi quattro pionieri diedero avvio all’attività, poi cresciuta di anno in anno. «Ora – riportava l’approfondimento nel 1911 – sono circa 200. Formano una colonia che ha metodi di vita suoi e che rappresenta una curiosità di Milano».
Una loro caratteristica era quella, rilevava la Rivista, «di non abitare mai nei loro paesi. Nella stagione calda emigrano in Austria e in Germania per squadrare legna nei boschi, e nella stagione fredda vengono a Milano». Nella metropoli, grazie a una vita di sacrificio, in quattro mesi di fatica riuscivano a mettere da parte tra le cento e le duecento lire e testa.
Disponevano, ci fa sapere l’articolo, di «due o tre locali affumicati che si trovano nel sotterraneo o nel cortile di una casa vecchia: il forno, la cucina, il dormitorio e il magazzino».
Nel dormitorio brande e sacchi. Nella cucina, oltre ai fornelli, una tavola con delle panche. Nel magazzino una gran quantità di castagne e di pere da cuocere al forno. «Perché gli “scotti” – si legge ancora dalla Rivista – oltre che vendere castagne sono anche quei venditori ambulanti che s’incontrano con una cassetta di metallo a tracolla, la quale ogni volta che si apre manda un buon profumo caldo di pere inzuccherate. Essi offrono queste pere infilate in stecchi come tanti tordi allo spiedo».
Il loro lavoro era diviso in base a compiti ben definiti: «i capi che provvedono agli acquisti delle castagne e delle pere negli appositi mercati di porta Romana e del Verziere; i fornai che cuociono le castagne e le pere; e i venditori che smerciano queste frutta per la via».
E scandito secondo questa tabella di marcia: «Levata ore 6. I fornai cuociono la frutta. Nell’attesa che questa sia pronta, tutti fanno colazione con caffè e latte. Poi i rivenditori escono per restar fuori fino al tocco», svolgendo «un’arte sapiente di onesto adescamento» che durava fino a mezzanotte. «Solo nel giorno di Natale riposano».
Addirittura, pensava il redattore dell’articolo, gli scòti, che «sotto la loro faccia ingenua celano un arguto spirito di osservazione», effettuavano «studi sulle manifestazioni della golosità, nei ragazzi specialmente», tanto da aver ricavato da queste analisi tre orari accertati «dell’appetito»: le sette, le dodici e le diciotto.
Purtroppo, i “nostri” venditori incappavano talvolta in inconvenienti anche drammatici: dai furti ad opera di giovani ladruncoli, al dover «questionare coi vigili urbani quando la ressa dei clienti li costringe a star fermi più di mezzo minuto in un dato punto», fino alle aggressioni da parte di teppisti che, di sera, tentavano di derubarli della cesta.
Malgrado il pensiero sempre rivolto a casa («di solito la loro giornata finisce melanconicamente. L’ora che precede il sonno è dedicata ai ricordi della famiglia e del paese»), dopo anni di andirivieni gli scòti instauravano con Milano un legame in grado di lenire la malinconia. «I più calmi sono i vecchi, resi filosofi dall’esperienza, ormai abituati al male della nostalgia, e che fumando la pipa rievocano i loro ricordi, quando cinquant’anni fa vennero per la prima volta a Milano e poi tornandovi ogni anno la trovarono sempre più grande, e videro crescere tutta una generazione di ghiotti ragazzi nei quali oggi riconoscono gravi persone dalla barba lunga, dalla posizione solida, le quali comprano talvolta ancora castagne, ma per i loro figlioli».
Le pagine della Rivista italiana d’arte culinaria contenenti l’articolo “La colonia degli scotti” ci sono state gentilmente inviate da Samanta Cornaviera, presidente della Famiglia Bellunese di Milano




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