Come affermano Arrigo Galli e Camillo Burigo nel loro libro “Dalle valli del Piave e del Vajont in ogni contrada del mondo”, cinque degli undici figli di Vincenzo Burigo e Giacoma Damian emigrarono a New York tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento: tutti misero radici là e non fecero più ritorno a Longarone. Essi erano Martino (1872), Domenico (1875), Giovanni Battista (1879) con la moglie Maria, Marco (1882) con la moglie Virginia e Agostino (1890).
Martino Burigo nel 1900 sposò Maria Bez (1880), la quale nel 1903 raggiunse il marito con i figli Vincenza (1900) e Silvio (1902), protagonista della nostra storia. In America Martino e Maria ebbero altri figli, tra i quali Onelia, la quale morì nel disastro del Vajont, insieme alla sorella Vincenza arrivata da poco a Longarone per una visita.
Martino, come i suoi fratelli, emigrò negli Stati Uniti con la semplice qualifica di muratore ma riuscì ben presto a farsi una carriera, tanto che arrivò a possedere un’impresa di costruzioni e una casa propria nel bel sobborgo di New Rochelle. Potevano permettersi una vita discretamente agiata ma nel 1907 accaddero una serie di disgrazie: la moglie Maria si ammalò di tubercolosi, il figlio più giovane morì per annegamento a tre anni e gli affari cominciarono ad andare male. Il capofamiglia esaurì presto i suoi risparmi e dovette cedere la sua casa alla banca, non riuscendo a pagare i conti. Assalito dai debiti e dalla depressione, il 19 marzo 1910, invece di recarsi sul posto di lavoro, avvolse una corda su una trave e si impiccò. Macchiatosi del peccato di esserci suicidato, le sue spoglie furono inumate in una zona non consacrata del cimitero cattolico. La vedova affidò i figli più grandi a dei parenti e poi, portando con sé la figlia minore, tornò in Italia a morire. Per sette anni Silvio visse con degli zii che avevano già quattro figli loro, in una casa dove, durante l’estate, si immagazzinava il carbone nella vasca da bagno per poi usarlo, centellinato, durante l’inverno.
Silvio non parlò mai delle circostante della morte del padre e quando arrivò il momento per lui di cominciare a lavorare, scelse un campo nel quale il rischio era più fisico che finanziario: un idraulico del Bronx accettò di assumerlo come aiutante, ma il giovane pagò cara la mancanza di sicurezza, perdendo un occhio colpito accidentalmente da un frammento volante di ghisa e ustionandosi un braccio con del piombo fuso. Già nei primi anni Venti Silvio prese il titolo di idraulico esperto e si trasferì nella zona di New Rochelle, tornando nei luoghi dove abitava nei tempi felici con la sua famiglia. Prese una stanza con la zia Virginia nel West End, il fiorente quartiere italiano, dove erano presenti una scuola pubblica intitolata a Cristoforo Colombo, una chiesa cattolica dedicata a San Giuseppe, una società di mutuo soccorso al servizio degli immigrati provenienti dalle diverse regioni e soprattutto negozi di ogni genere: dal panificio alla macelleria, dal ferramenta alla cartoleria, persino una farmacia e un’impresa di pompe funebri. Rimaneva comunque una specie di ghetto e gli italiani erano considerati molto in basso nella scala sociale che vedeva, nell’ordine, lavoratori “intelligenti”, seguiti da quelli genericamente “bianchi”, poi “di colore” ed infine gli italiani. I ricchi sceglievano i “colorati” per lavorare all’interno delle loro case, limitando gli italiani al perimetro: a loro il compito di pulire le stalle e scavare la terra, trasportare la spazzatura dalle tenute con carri trainati da cavalli e remare nello stretto per raccogliere la spazzatura dalle imbarcazioni da diporto. Appena ventenne, il nostro Silvio Burigo impressionava per il suo fisico: aveva il busto magro ma le spalle muscolose e possedeva un viso particolarmente intenso con occhi azzurri cristallini che scintillavano da orbite scure e profonde. Già maestro nel suo mestiere, eccelleva tra gli altri idraulici con la sua precisione, le sue abilità meccaniche e la destrezza in ogni lavoro. Riuscì ad acquisire lavori sempre più importanti e remunerativi che gli diedero una certa stabilità economica.
Nell’aprile 1924 sposò l’italiana Delia Girone e il ricevimento fu tenuto nelle sale della Società Nord Italia, evoluzione della Società Operaia di Mutuo Soccorso che già suo padre Martino aveva contribuito a creare per assistere gli immigrati provenienti anche dalle vicinanze di Belluno. Nel corso dei decenni Silvio lavorò da volontario presso la Società del Nord Italia come tesoriere, segretario, cuoco e barista part-time. Tale società operava in gran parte come un club sociale: offriva un posto dove giocare a carte e a bocce, ballare la mazurka, sorseggiare grappa, mangiare un piatto di polenta e straccetti di coniglio. Ogni anno tenevano la grande festa della raccolta, il cui ricavato, che ammontava a centinaia di dollari, sarebbe stato distribuito tra i bisognosi della comunità, senza stigmatizzazione.
Silvio fu da sempre molto attivo nel sindacato dei lavoratori idraulici, mentre decise di non iscriversi a nessuno dei due partiti che già allora si dividevano la vita politica, repubblicani e democratici. Al sindacato riconosceva il grande valore di proteggere i lavoratori in caso di malattia, morte e sciopero, oltre alla rivendicazione di un giusto compenso per il lavoro.
Quando arrivò la Grande Depressione, Silvio e Delia avevano già due bambini e un altro era in arrivo: la famiglia dovette affrontare periodi difficili e il capofamiglia accettò un lavoro di guardiano notturno in un cantiere edile pur di offrire un futuro ai propri figli; abile e padrone di sé com’era, deciso a non voler dipendere da altri come solo un orfano poteva essere, Silvio era determinato a sopravvivere alla grande depressione senza aiuto, se non quello della propria volontà e scaltrezza.
Silvio Burigo morì a a Danbury, in Connecticut, nel marzo 1978.




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