Secondo i dizionari etimologici della lingua italiana il verbo “insegnare” deriva dal latino insignare, composto a sua volta dal prefisso “in” e dal verbo “signare”, che significa “segnare” o “imprimere”, a sua volta collegato al sostantivo “signum”, cioè “segno” o “marchio”. L’etimologia suggerisce che insegnare non sia solo trasmettere informazioni, ma anche “imprimere segni nella mente” dello studente.
Tempo fa ho visto un documentario sull’educazione scolastica in una serie di Paesi africani dove le lezioni si tengono spesso in edifici fatiscenti e le classi sono composte da un numero altissimo di bambini di ogni età. Le insegnanti intervistate (erano appunto solo donne) parlavano con entusiasmo delle loro esperienze ed erano orgogliose dei progressi, anche minimi, dei loro alunni. Inoltre, in caso di problemi, andavano a parlare direttamente con i genitori che le ascoltavano con grande rispetto. In quelle culture la figura dell’insegnante è ancora fondamentale per la società e quindi anche autorevole.
La stessa situazione esisteva anche nelle scuole europee fino a non moltissimi anni fa, poi ci sono state numerose riforme a livello pedagogico, con inevitabili ripercussioni sulla metodologia didattica, che hanno portato a cambiamenti profondi nei sistemi educativi di vari Paesi.
La conseguenza più evidente di queste trasformazioni è quella che riguarda il ruolo dell’insegnante che gradualmente ha perso la propria centralità di “trasmettitore di sapere” ed è diventato una specie di “moderatore” di attività di ogni tipo da far svolgere in classe, possibilmente in modo giocoso e senza troppi sforzi da parte degli alunni.
Inoltre, le lezioni frontali sono state quasi del tutto abolite per lasciare spazio allo svolgimento di lavori di gruppo o a esercitazioni libere nelle quali gli alunni possono decidere individualmente i tempi/modi del proprio apprendimento. Il ruolo dell’insegnante, in questo caso, è quello del “consulente” che dovrebbe facilitare la socialità in classe.
Questo approccio didattico è stato naturalmente adottato anche nella formazione degli adulti.
“La lezione è troppo incentrata su di te”, mi ha fatto notare un giorno una giovane collega.
“Certo, ma io non voglio delegare ai miei studenti il compito di imparare da soli certe cose. Io sono il loro insegnante e se per te o per loro una spiegazione di dieci minuti può sembrare troppo lunga, allora non vale nemmeno frequentare il mio corso. Personalmente mi sono stancato di tutto questo attivismo didattico nel quale non c’è più tempo per nessun approfondimento. Richiedere a un gruppo di adulti un minimo sforzo di attenzione non dovrebbe essere difficile, mi pare”.
“Ma durante gli studi ci hanno detto che le persone apprendono meglio facendo le cose e non solo ascoltandole”, obiettò la ragazza con un tono veramente convinto.
“Giusto… e il risultato è che tutti devono sempre produrre qualcosa, ma quasi nessuno si prende il tempo di riflettere su quello che fa… a scuola e in qualsiasi altro ambito lavorativo”, feci notare.
Personalmente sono sempre più convinto che i nostri sistemi scolastici debbano recuperare la centralità didattica degli insegnanti a tutti livelli. Per definire un insegnante fondamentali sono la credibilità etica nei comportamenti privati/pubblici, una cultura generale, umanistica e scientifica, di ampio respiro e un’empatia sociale piuttosto elevata. Anche una certa dose di autoironia non guasterebbe.
L’autorevolezza di chi, per qualche motivo, decide di lasciare un piccolo segno nella mente delle persone si costruisce così, altrimenti è meglio lasciare perdere del tutto la professione di “insegnante” e affidarsi agli algoritmi che danno in pochissimi secondi le informazioni richieste.
La giovane collega mi ha guardato con aria scettica. E forse ha ragione, il futuro è suo.
Io, da parte mia, sto pensando agli anni che mi mancano alla pensione per farmi definitivamente da parte. Forse riesco a farcela prima di essere sostituito dall’intelligenza artificiale.


0 commenti