La nostra provincia, per le sue caratteristiche orografiche, non ha dato molto spazio allo sviluppo industriale; nonostante ciò, ci sono delle realtà che hanno portato lavoro e frenato l’emigrazione. Ne parliamo con il Direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, Andrea Ferrazzi, il quale ricopre tale ruolo dal 2016. Laureato in sociologia, è anche giornalista ed esperto nella promozione dello sviluppo e dell’innovazione nel territorio. È autore di diversi libri, tra cui “Dalla ricostruzione alla globalizzazione”, e, recentemente, “Il futuro ad alta quota”, montagne, aree interne, periferie, la rivincita dei luoghi che vogliono contare.
C’è un momento in cui si può parlare davvero di industria bellunese? Fino alla Seconda guerra mondiale il Bellunese resta una provincia agricola, povera, marginale. L’industria è episodica, spesso legata al legno e all’energia idroelettrica. Non basta a trattenere popolazione. L’emigrazione è la valvola di sfogo strutturale. Il vero punto di svolta arriva tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. È allora che il Bellunese intercetta, con ritardo, il ciclo di industrializzazione nazionale. I dati censuari lo confermano: cresce l’occupazione manifatturiera, cala il peso dell’agricoltura. Nascono poli produttivi locali. Non grandi fabbriche, ma imprese medie e piccole. È un’industria di montagna, adattiva, sobria, poco spettacolare. Ma stabile.
Il Vajont è stato anche un motore di rinascita industriale? La tragedia del 1963 è una ferita irreversibile. Ma produce anche una risposta pubblica senza precedenti. Lo Stato introduce una legislazione speciale. Nascono incentivi, aree attrezzate, infrastrutture. In questo contesto si insediano soprattutto tre filiere: occhialeria, meccanica leggera, lavorazioni metalliche. A Longarone, Sedico, Feltre, Alpago. Non industria pesante. Industria compatibile con il territorio e con il capitale umano disponibile. Il Consorzio per l’Industrializzazione (CONIB), nato nel 1965, è lo strumento chiave. Coordina, accompagna, seleziona. Senza quel modello, lo sviluppo sarebbe stato caotico. O non sarebbe avvenuto affatto. Da sottolineare il ruolo di Gianfranco Orsini, a conferma che le idee camminano sempre sulle gambe degli uomini, come ebbe a dire Giovanni Falcone.
Quando nasce l’Associazione degli Industriali di Belluno e con quali obiettivi? Nasce o, meglio, rinasce, nel 1945, a guerra appena finita. È una scelta politica nel senso alto del termine. Gli imprenditori non aspettano lo Stato. Si organizzano. Vogliono rappresentanza, servizi, voce. Vogliono ricostruire lavoro e dignità. Da allora l’Associazione – oggi Confindustria Belluno Dolomiti – accompagna tutte le fasi dello sviluppo locale: ricostruzione, boom, crisi petrolifere, globalizzazione. Non è solo un sindacato d’impresa. È una infrastruttura sociale. Senza di essa, la frammentazione avrebbe vinto.
Il futuro: ci sono ancora margini di crescita? Sì, ma non come prima. Il modello novecentesco ha esaurito la spinta. Oggi contano altre leve: innovazione, competenze, attrattività territoriale. La montagna non può competere sui volumi. Può competere sulla qualità. Il rischio è noto: spopolamento, carenza di manodopera, fuga dei giovani. Ma la storia insegna una cosa: il Bellunese cresce quando unisce impresa e territorio. Quando investe in conoscenza. Quando governa il cambiamento invece di subirlo. Non è nostalgia. È realismo.
Una lezione per i giovani? La montagna non è un limite naturale. È un limite politico, se mal gestita. Il Bellunese ha dimostrato che si può fare industria anche dove sembra impossibile. A patto di avere visione, istituzioni forti e comunità coese. Non è poco. E non è scontato.




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