Avvocato Grando, lei è nato a Feltre, ma è emigrato in Australia da bambino. Ci può raccontare la storia di emigrazione della sua famiglia?
Sì, volentieri. Sono nato a Rocca d’Arsié nel 1950. Mio padre Rodolfo e mia madre Teresa Arboit erano sposati dal 1944 ed avevano avuto, prima di me, altre due figlie, Giuseppina e Michelina. Alla mia nascita, mio padre, assieme ad altri arsedesi, emigrò nello Stato di Victoria, incoraggiato dallo zio di mia mamma, Antonio Turra, che era emigrato lì prima della Prima Guerra. Mamma non voleva emigrare, ma mio padre non voleva rientrare in Italia, così, nel novembre 1957 partimmo anche noi, con l’intenzione di fermarci solo alcuni anni. Andammo nella La Trobe Valley, una zona di pascoli ma anche di miniere di carbone a cielo aperto.
Come è stato, per un bambino di sette anni, che fino a quel momento era vissuto in un piccolo paese, viaggiare su un transatlantico e ritrovarsi in un ambiente totalmente diverso?
Ero molto eccitato all’idea di incontrare mio padre, che non avevo mai visto. Il nonno ci accompagnò in taxi da Rocca a Genova, per imbarcarci sul “Neptunia”, in una cabina solo per noi – papà ci aveva fatto avere il denaro necessario. Ricordandola, adesso, con quei letti a castello, mi sembra l’Inferno dantesco. È un viaggio che ricordo comunque con piacere, molto eccitante, attraverso il Canale di Suez. Arrivati a Melbourne fui deluso vedendo mio papà, un uomo calvo con il riporto, ed esclamai “Quel vecio!”; un’altra mia battuta che mia madre ripeté, in seguito, fu il mio commento sulla nostra casa, “Siamo partiti da Rocca con le mura di un metro a venire qua in una cabbia de osei”: le pareti avevano lo spessore di alcuni centimetri. Ad un anno dal nostro arrivo, papà acquistò un’azienda agricola a Moe, dove mia mamma si prese cura del numeroso bestiame, mentre papà continuò a lavorare in miniera.
È stato facile integrarsi e imparare la lingua?
Cercai di inserirmi velocemente, andando al cinema per imparare la lingua; anche la lettura dei fumetti mi aiutò ad affrontare l’inglese, ma gli inizi non furono facili. Ero inserito in una classe di cinquanta alunni e ricordo con terrore i dettati. Non fui risparmiato da atti di bullismo, finché un amico maltese non venne in mio soccorso. Da ragazzo non eccellevo, a scuola, che distava una ventina di chilometri da casa. Frequentai due scuole rette da religiosi, poi mi iscrissi alla Monash University di Melbourne; studiai Economia e Scienze Politiche per poi passare a Legge. L’università mi fece crescere anche da un punto di vista personale, cambiando la mia visione della vita e della religione. All’università conobbi anche colei che sarebbe diventata mia moglie: Liz.
La sua famiglia ha mantenuto i contatti con l’Italia, da quanto mi risulta. Venivate spesso in visita?
Il destino ha voluto che le mie sorelle sposassero due veneti e rientrassero in Italia, Giuseppina nel 1968 e Michelina nel 1974. Mio padre andò in pensione nel 1978, e, come aveva promesso a mia mamma, rientrarono a Rocca. Lei non aveva mai accettato di vivere in un luogo solitario e anelava a ritornare alla vita di comunità. Quello stesso anno io e Liz ci sposammo e prendemmo un anno sabbatico; viaggiammo in Italia ed in Europa; per tre mesi frequentammo l’Università degli stranieri di Perugia, per imparare l’italiano. Purtroppo, mio padre morì nel 1982 e venni per il funerale. Ogni due anni venivamo in Italia e ci alternavamo con mia mamma che veniva in Australia. Poi purtroppo è mancata pure lei, nel 1997, ma abbiamo continuato a venire a Rocca ogni anno e mezzo, circa.
Ho avuto il piacere di conoscerla questa estate, con la moglie Liz, a Feltre, dove ho scoperto che rientrate spesso, avendo acquistato alcuni dei palazzi più importanti di via Mezzaterra. Come mai questa scelta impegnativa?
Circa otto anni fa abbiamo deciso di trascorrere, ogni anno, sei mesi nel Feltrino. Il primo palazzo lo abbiamo acquistato quasi per scherzo. Stavamo passeggiando lungo via Mezzaterra e chiesi ad un amico che ci accompagnava: “Facci una foto davanti a questo palazzo con i portali che raffigurano i leoni. Poi quando saremo in Australia diremo agli amici che è casa nostra”. Poco tempo dopo amici mi chiesero se avessimo acquistato un appartamento a Feltre. Avevamo, sì, pensato di acquistare qualcosa nel Veneto, ma non necessariamente a Feltre. Ad ogni modo, andai a casa e chiesi a Liz di vedere su Internet se c’era qualcosa in vendita e, manco a dirlo, c’era proprio Palazzo Zugni, davanti al quale avevamo fatto la foto. Attraverso amici feltrini fidati verificammo se era accettabile e 24 ore più tardi avevamo versato la caparra. Nel luglio 2015 firmammo l’atto di compravendita. Un anno dopo ho contratto una malattia che fortunatamente tengo sotto controllo, ma abbiamo continuato a venire a Feltre e quest’anno abbiamo acquistato Palazzo Villabruna Bellati, che si trova di fronte a quello dove abitiamo. Lo abbiamo amato subito, per il suo valore architettonico e artistico, e desideriamo metterlo a disposizione della comunità di Feltre e di associazioni. In questi giorni stanno girando un film per la Rai.
I vostri figli condividono questa scelta e la passione per Feltre?
Nostro figlio Vittorio è nato nel 1987, mentre Daniela è nata nel 1995. Vittorio ha seguito le mie orme; fa l’avvocato qui a Melbourne e ha molti clienti italiani. Daniela si è laureata in Lingua italiana che insegna in una scuola superiore di Melbourne. Entrambi sono innamorati del Feltrino e stanno sempre programmando le loro prossime vacanze in Italia. Mio figlio, da bambino, a proposito di Feltre mi disse “Papà, questo è il segreto meglio nascosto al mondo. Questa è la città più bella che io abbia mai visto”.
Irene Savaris




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