Il punto di partenza di questo tragico episodio della storia bellunese coincide con il motivo per cui è stata edificata la diga del Vajont. Essa fu costruita perché, dovuto alle condizioni climatiche, la capacità del lago di Pieve di Cadore risultava insufficiente e perciò il livello dell’acqua aumentava troppo sfiorando. Dunque per risolvere questo problema fu ideata la realizzazione di una diga contenitiva nella forra del Vajont.
la forra del Vajont con il grafico che, approssimativamente, indica le due soluzioni del “Piccolo Vajont” e del “Grande Vajont”
I lavori per la costruzione della diga durarono dall’estate del 1957 fino al settembre del 1960.
Ma verso la fine del 1960 si verificarono due episodi preoccupanti nei pressi della diga, sul lato sinistro a monte del bacino. Il primo accadde verso la fine di ottobre quando comparve una lunga fessura perimetrale tendente ad allargarsi sempre di più procurando una rottura profonda nel terreno. Questo contorno perimetrale sarà poi l’origine della fatidica frana. Il secondo momento allarmante si verificò il 4 novembre. In questo giorno franò un appezzamento di terra nel lago, stiamo parlando di un materiale pari a un volume di 700.000 metri cubi. Fortunatamente questa frana non causò né morti né feriti, visto che il lago era di molto sotto il livello di sfioro.
diagrammi comparati tra il livello del lago e il movimento franoso rilevato nella zona del monte Toc
Questi avvenienti turbarono la SADE sulla problematica riguardante la stabilità della sponda sinistra del bacino. Dunque la SADE decise di programmare la costruzione di una galleria nella sponda destra, chiamata di sorpasso frana o by-pass. Essa doveva mantenere la continuità idraulica tra le due parti del bacino, quella nei pressi della diga e quella nella zona di Erto, che si sarebbero formate per la caduta di una frana. Venne presa anche la decisione di studiare gli effetti idraulici provocati dalla caduta di una frana sul bacino del Vajont. Per compiere quest’ultimo aspetto furono svolti degli esperimenti su un modello fisico-idraulico in scala 1:200 della vallata del Vajont con la diga. Gli esperimenti furono diretti dall’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova e consistevano nel simulare varie modalità di caduta di materiale proveniente dal versante del monte Toc nel bacino. Essi iniziarono nell’estate del 1961 e terminarono nella primavera del 1962. Questo fu ciò che risultò dalle 22 prove eseguite: “Sembra pertanto potersi concludere che, partendo dal serbatoio al massimo invaso, la discesa del previsto ammasso franoso solo in condizioni catastrofiche, e cioè verificandosi nel tempo eccezionale di 1-1,5 minuti, potrebbe arrivare a produrre una punta di sfioro dell’ordine di 30.000 mc/s, ed un sovralzo ondoso di 27,5 m; appena raddoppiando questo tempo il fenomeno si attenua al disotto di 14.000 mc/s di sfioro e di 14 m di sovralzo. Diminuendo la quota dell’invaso iniziale, questi effetti di sovralzo e di sfioro si riducono rapidamente, e già la quota di 700 m s.m. può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana”. Queste furono le parole del direttore dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova sulla relazione conclusiva, fornita poi alla SADE.
Nell’ottobre del 1961, terminati i lavori di scavo della galleria di sorpasso, iniziarono quelli per il secondo invaso del bacino. L’invaso venne realizzato con una particolare attenzione per l’evoluzione dei movimenti della frana in rapporto al livello del serbatoio. Con la sua edificazione si verificarono alcuni movimenti franosi che però furono regrediti in poco tempo e che cessarono nel marzo del 1963.
Nell’aprile del 1963 iniziarono i lavori per il terzo e ultimo invaso. Verso i primi giorni di settembre fu raggiunta l’altezza massima dell’acqua del bacino, a 710 metri s.l.m. e, da questo momento in poi, si realizzò una discesa progressiva di questo livello. Ma, alla fine di agosto, lo spostamento della frana del monte Toc riprese ad aumentare ogni giorno sempre più velocemente.
Alle ore 22:39 del 9 ottobre 1963 un’enorme frana si staccò dal fianco settentrionale del monte Toc e si diresse così nella valle del Vajont ad una velocità sempre più accelerata fino a raggiungere 70-100 km/h. La frana raggiunse il bacino del Vajont ed innalzò l’acqua fino a 130 metri sopra il livello della diga. Al momento della frana, il livello del lago era sceso a 700,30 metri, praticamente a quel valore per cui la “… quota di 700 m s.l.m. può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana.” Ma, se era stato valutato in modo abbastanza preciso il volume della frana, cioè oltre i 200 milioni di metri cubi, ed essa fu di 260, non fu altrettanto per la velocità di caduta. Infatti la frana scese molto più rapidamente del “… tempo eccezionale ridotto di 1-1,5 minuti …” che era stato ipotizzato, vale a dire tra i 20 e 25 secondi, provocando in tal modo la grande tragedia.
I paesi sul versante friulano e quelli nelle vicinanze della diga sulla valle del Piave furono sommersi da un’onda di 50 milioni di metri cubi e di un’altezza maggiore a 200 metri che si spaccò in due. Longarone è la città più colpita contando 1451 morti, poi Castellavazzo con 110, Erto e Casso 158 e in altri comuni sono 199. Queste sono le cifre dei Dati Ufficio Anagrafe del Comune di Longarone, anche se si stimano molti più deceduti, visto che molti corpi non sono mai stati ritrovati.
a cura di De Poi Marco



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