Non è più un segreto: l’Aire non dice la verità. O almeno non tutta la verità. Da tempo gli esperti di mobilità concordano sul fatto che i dati dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero sono una fonte ambigua per conoscere davvero le dimensioni del fenomeno migratorio. Da un lato c’è il sigillo dell’ufficialità: il registro, gestito dai Comuni e dal Ministero dell’Interno, è l’unica raccolta formale di dati sui cittadini italiani che vivono fuori dai confini nazionali. Dall’altro, lo stesso registro è tutt’altro che completo. E, anzi, le sue lacune sono probabilmente peggiorate nell’attuale contesto di spostamenti sempre più agevoli, veloci e ricorrenti.
L’Aire esiste dalla fine degli anni Ottanta. Istituita per legge nel 1988 ed effettivamente operativa dal 1990, prevede l’obbligo di iscrizione, entro novanta giorni dall’arrivo nella nuova residenza, per tutti i cittadini italiani che si trasferiscono all’estero per un periodo superiore a dodici mesi. Questo sulla carta. Nei fatti le cose sono molto diverse. Burocrazia, mancata conoscenza delle regole, ma anche calcoli di mera convenienza (per esempio non voler rinunciare al medico di base e all’assistenza sanitaria ordinaria in Italia) fanno sì che – tanto più in un contesto nel quale gli spostamenti, anche da e verso l’estero, sono certamente più semplici e frequenti – molte persone non rispettino l’obbligo e non effettuino la registrazione. Quante? Migliaia. Il diciotto per cento in più, secondo un’indagine dell’istituto di ricerca Izi pubblicata a fine maggio dal quotidiano Domani.
L’analisi, che ha preso in esame 1.246 comuni italiani rappresentativi per dimensione e distribuzione geografica, evidenzia come quasi un emigrato italiano su cinque sfugga alle statistiche. «Nel 2024 – riporta Domani a proposito dello studio di Izi – a fronte di 141 mila cancellazioni ufficiali per espatrio registrate dall’anagrafe nazionale della popolazione residente, il numero reale di partenze sarebbe più vicino a 167 mila». E la sottostima del fenomeno si fa ancora più pesante nei piccoli comuni e quando i trasferimenti hanno come destinazione altri Paesi del Vecchio continente, visto che all’interno dell’Unione europea vige la libera circolazione.
«Nei centri minori, dove gli uffici anagrafici spesso conoscono direttamente famiglie e percorsi migratori – sottolineano su Domani le ricercatrici Alessandra Minello e Livia Elisa Ortensi – il divario tra dati ufficiali e realtà percepita arriva al 22 per cento. E soprattutto: chi va in Europa tende molto più spesso a non registrarsi rispetto a chi parte per gli Usa o per altri continenti».
Le due demografe citano come emblematico il caso della Spagna: «mentre l’Aire registrava circa 256 mila italiani residenti nel paese, le statistiche spagnole ne contavano oltre 325 mila. Uno scarto enorme, superiore al 27 per cento».
Questo accade anche perché – e qui si potrebbe leggere un aspetto positivo – chi espatria “vicino” ha forse in mente di rientrare. Vede insomma l’espatrio come provvisorio, temporaneo. Meno drammatico rispetto al passato, «ma anche molto meno visibile amministrativamente», commentano Minello e Ortensi.
E a proposito di passato, la dinamica non è del tutto nuova. Anche nella prima metà del secolo scorso molti trasferimenti di residenza eludevano i radar istituzionali. Trasferimenti che avvenivano entro il territorio italiano, come quelli di chi si spostava per lavoro verso i grandi centri economici e industriali. Fino al 1961, il trasferimento in un comune con più di venticinquemila abitanti richiedeva autorizzazioni e comportava controlli. Autorizzazioni e controlli ai quali in tanti si sottraevano, spostandosi senza che il cambio di residenza venisse formalizzato. Tradotto: si lavorava a Milano o Torino, continuando a risultare residenti nel comune di origine. Alla fin fine, il mondo non è cambiato così tanto, si sono solo dilatati gli orizzonti.




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