Mentre il Bellunese alza le serrande e paga il 32% di tasse, le big tech se la cavano con il 15%

Marco Crepaz | 05 luglio 2026 alle 23:41 | 0 commenti

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Le imprese italiane – e bellunesi – pagano imposte sugli utili più che doppie rispetto alle 25 principali multinazionali del web attive a livello mondiale. È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che mette a confronto i dati fiscali del 2023 per le imprese italiane con quelli del 2024 per le grandi websoft globali, elaborati sulla base delle rilevazioni dell’Area Studi Mediobanca.

I NUMERI DEL DIVARIO

Nel 2024 le prime 25 multinazionali del web hanno realizzato utili ante imposte complessivi pari a 503 miliardi di euro, versando 74,3 miliardi di euro in imposte: un’aliquota fiscale media del 14,8 per cento. Nello stesso arco temporale le imprese italiane hanno prodotto utili per 322 miliardi di euro, su cui hanno versato all’erario 102,6 miliardi, con un tax rate del 31,9 per cento: 17,1 punti percentuali in più rispetto ai colossi digitali.

COME FUNZIONA L’ELUSIONE

Il meccanismo alla base del divario è quello dell’elusione fiscale: le multinazionali incrementano fittiziamente i costi delle proprie controllate nei Paesi ad alta tassazione — come Italia e Francia — riducendo gli utili dichiarati in quei territori e trasferendo la maggior parte dei profitti verso giurisdizioni con regimi fiscali agevolati, come Paesi Bassi, Irlanda e Lussemburgo. Il risultato è che una quota rilevante degli utili complessivi viene dichiarata dove le aliquote sono più basse.

IL NODO DELLA GLOBAL MINIMUM TAX

Sul fronte internazionale, la strada verso una tassazione uniforme appare in salita. Durante il G7 tenutosi in Canada nel giugno 2025, gli Stati Uniti hanno ottenuto un’esenzione fiscale a favore delle proprie grandi imprese dalla Global Minimum Tax, lo strumento concepito dall’OCSE per fissare un’aliquota minima del 15 per cento sugli utili delle multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro. L’esenzione ha di fatto svuotato l’accordo raggiunto nel 2021 dal G20 allargato a 147 Paesi. Anche le multinazionali cinesi rimangono fuori dall’ambito applicativo della misura, non aderendo la Cina all’OCSE.

In risposta, l’Unione Europea sta lavorando a una Digital Service Tax a livello continentale, già applicata da otto Stati membri tra cui l’Italia, che incassa circa 455 milioni di euro l’anno con un’aliquota del 3 per cento. La proposta è però osteggiata dall’amministrazione americana, che ha minacciato di raddoppiare i dazi sui prodotti europei in caso di approvazione.

LA FUGA DELLE IMPRESE ITALIANE

Il fenomeno non riguarda solo i colossi stranieri. Negli ultimi anni anche diversi grandi gruppi italiani hanno trasferito la sede legale o fiscale all’estero, con i Paesi Bassi come destinazione privilegiata: la legislazione olandese offre vantaggi sia sul piano societario — con il meccanismo del doppio voto in assemblea che protegge dagli scalatori — sia su quello fiscale. Operazioni formalmente legittime, che tuttavia riducono la base imponibile in Italia, scaricando il peso del fisco sulle piccole e micro imprese che non hanno la possibilità di delocalizzare.

IL DATO REGIONALE

Secondo l’elaborazione della CGIA su dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il differenziale più elevato tra tax rate locale e aliquota media delle big tech si registra nel Lazio, con 18,6 punti percentuali di scarto, seguito da Friuli Venezia Giulia e Liguria (entrambe a +18,1) e dalle Marche (+17,8). Il Veneto si colloca con un differenziale di 16,7 punti, con un tax rate regionale del 31,5 per cento a fronte del 14,8 per cento delle websoft globali.

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