Diario di una società malata. Per un… coltello in meno

Dino Bridda | 12 maggio 2026 alle 16:52 | 0 commenti

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«Padova: uccide socio in affari con una quindicina di coltellate». «Venezia: Accoltellato giovane dopo una rissa: è grave». «Bari: Pestato in treno da baby gang e rapinato di cellulare e collanina d’oro». «Dolo: Al Pronto Soccorso infermiera aggredita da paziente 18enne che si scaglia poi contro autista del 118 e guardia giurata». «Catanzaro: Donna si lancia con figli dal terzo piano». «Bologna: 73enne uccide moglie 63enne e poi si toglie la vita». Quando terminerà questo agghiacciante elenco?

«È una società malata». Un diabolico virus si è impadronito di singoli, famiglie, ambienti sociali, giovani, anziani, uomini, donne. Ogni giorno la cronaca propone delitti a iosa e ci abitua a tristi elenchi. Così ci voltiamo dall’altra parte: «Già, ma io che cosa c’entro?».
Se i casi non diminuiranno, né tantomeno spariranno, potranno invece aumentare sfruttando lo spirito di emulazione che troppo spesso è agevolato da quanto proposto dai “social”, ormai fuori controllo, e da certa informazione scandalistica e priva di ogni morale.

Il nodo centrale è indubbiamente il valore della vita umana o, meglio, il suo disvalore che porta al dispregio non solo dell’esistenza propria, ma anche di quella altrui. Tanta, infatti, è la profanazione fisica e morale dell’essere umano che, invece, è sempre stato considerato una sorta di tempio sacro e inviolabile creato per essere onorato e non calpestato. Ma quando ci si uccide per qualsivoglia motivo va da sé che la sacralità della nostra esistenza sia fatalmente avviata alla sua disintegrazione.
Purtroppo qualsiasi oggetto contundente, le mani e l’umana forza bruta, sono strumenti per offendere ed uccidere facili da maneggiare quando salgono i fumi dell’ira. Non servono, perciò, una pistola o un fucile, magari lasciati incustoditi e carichi in casa. La casistica dei delitti casalinghi – in primis i femminicidi, quelli a scuola, in strada, al bar – contempla sempre più la presenza di un coltello, spesso basta quello da cucina. Al di là del movente, però, non si capisce perché si esca di casa abitualmente con un coltello in tasca. Risposta: «Metti che un giorno mi serva…».

Da ragazzini usavamo brìtola e cerbottana né per ferire né per uccidere, bensì per giocare alla lotta per scherzo evitando di fare male ad alcuno, salvo un ginocchio sbucciato. Oggi s’è alzata di troppo l’asticella del rapporto conflittuale con l’altro, compreso lo sconosciuto che ignaro cammina per strada e in pochi secondi diventa vittima innocente di un delitto senza ragione.

Ma perché? Perché non possiamo più fidarci di chi ci circonda, persona nota o incontrata per caso. Passare dall’alterco alla violenza fisica? Si fa molto presto, poi ipocritamente si dice: «Non volevo fargli del male!». Tutto ciò avviene sempre con il tono della leggerezza e dell’indifferenza sia con la giustificazione della collera improvvisa, sia con l’aggravante della premeditazione.
Questa pesante situazione sembra un’“Araba Fenice” che si rigenera da sé, pur se una legislazione emergenziale ad hoc vi si oppone nel tentativo di combattere il dilagare della violenza perpetrata per mandare la vittima all’ospedale o peggio all’obitorio.

Gli addetti ai lavori – psicologi, psicoterapeuti, criminologi, neuropsichiatri, ecc.- cercano a fatica le risposte. A parole rimane solo la strada in salita dell’educazione dell’essere umano, del rispetto reciproco e della sana rifondazione della società.
Una domanda ci angoscia: quale è il limite all’imbarbarimento totale di noi stessi?
Mah!

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