I giovani, risorsa che manca. Il paradosso di un Paese che forma ma non valorizza

Simone Tormen | 28 aprile 2026 alle 18:06 | 0 commenti

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Anche Confindustria lancia un grido d’allarme per la fuga dei talenti. Nel Rapporto di Previsione Primavera 2026, il Centro Studi dell’associazione degli industriali rileva come i giovani siano «una risorsa sempre più scarsa per l’economia italiana». Colpa del declino demografico, con le persone nella fascia di età 15-34 anni che rappresentano appena il 20,6% della popolazione (vent’anni fa erano il 25%) e proiezioni Istat che danno la quota al 18,6% nel 2070, per una perdita stimata di popolazione in età lavorativa di cinque milioni di unità già nel 2040. Ma colpa anche della mobilità internazionale, che drena capitale umano qualificato a favore di altre nazioni. «Un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con incidenze particolarmente elevate tra ingegneri e informatici, profili per i quali le imprese segnalano carenze crescenti», evidenzia il report, mettendo in luce come i flussi in uscita non siano di per sé negativi («la mobilità internazionale dei lavoratori può favorire lo scambio di conoscenze, la diffusione delle tecnologie e la creazione di legami economici tra Paesi») ma lo diventino quando l’emigrazione si fa strutturale e monodirezionale, ossia senza ritorni e a saldo negativo. «Per tradursi in un rafforzamento del capitale umano nazionale – puntualizza il Centro Studi – è importante favorire i rientri e l’attrazione di giovani talenti dall’estero». Come? Secondo Confindustria con «un’efficace politica di allineamento tra competenze in uscita dal sistema formativo e quelle richieste dal mercato». Soluzioni, quindi, che sciolgano uno dei nodi per l’economia italiana messo in luce dagli industriali: i più bassi livelli di occupazione tra i giovani italiani nel confronto con i coetanei europei. Nel 2024, si legge nel rapporto, nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni risultava occupato solo un giovane italiano su cinque (19,7%), contro oltre uno su tre nella media dell’Eurozona e più della metà in Germania (51,2%). Un ritardo che viene solo in parte recuperato nelle classi di età 25-29 anni e 30-34 anni. E qui entrano in gioco le criticità che secondo Confindustria persistono nel collegare i percorsi di studio al mercato del lavoro. Tanto da far affermare, nel rapporto, che da noi «l’istruzione paga (in termini di opportunità occupazionali e di salari) ma meno che altrove». Lo certificano i dati: nel 2024, tra i diplomati e i laureati italiani dai 20 ai 34 anni solo il 67,6% aveva trovato un lavoro entro tre anni dalla conclusione del percorso di formazione, contro una media europea dell’81% e addirittura del 90,4% in Germania. E sempre più spesso chi non riesce a trovare occupazione qui guarda altrove.

Per incidere su questi squilibri, l’analisi propone quattro filoni di intervento: un cambiamento nei percorsi formativi e scolastici affinché si adattino maggiormente alle necessità delle imprese; un inserimento anticipato nel mercato del lavoro già durante il percorso di istruzione; incentivi con i quali sostenere il reddito dei giovani lavoratori e politiche di accompagnamento e welfare attivo per orientare e incentivare i giovani a un ruolo più partecipativo nel mondo del lavoro.

«Una politica organica volta a valorizzare e trattenere il capitale umano – evidenzia Confindustria – costituirebbe a tutti gli effetti una leva di politica industriale, orientata a rafforzare la capacità innovativa del sistema produttivo e a sostenere lo sviluppo economico del Paese nel lungo periodo».

Alle problematiche sollevate da Confindustria, reali e condivisibili, bisogna però aggiungere altri fattori che spingono all’espatrio. Fattori sui quali anche il mondo imprenditoriale non è esente da responsabilità. Gli stipendi in Italia, soprattutto a causa di una bassa produttività strutturale legata all’elevatissima presenza di micro-imprese, sono tra i più bassi d’Europa. E, addirittura, dal 2000 al 2023 il loro valore reale è diminuito di circa il 3,3%, unico grande Paese OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) con segno negativo.
Dalla Total Remuneration Survey 2025 di Mercer (società di consulenza americana) si evince che la retribuzione media lorda annua per un neolaureato al primo impiego in Italia nel 2025 è di circa 32.000 euro. In Svizzera si arriva a circa 89.000, in Germania e in Austria a circa 57.500, nei Paesi Bassi a 47.500, in Francia a 38.750 e nel Regno Unito a circa 38.150. A far peggio di noi in Europa ci sono Spagna (circa 31.845) e Polonia (circa 22.675).

E se l’indagine di Mercer si basa soprattutto sugli stipendi percepiti in imprese medio-grandi, che tendenzialmente pagano meglio, ancora più sconfortanti appaiono i numeri più generali del Rapporto 2025 sulla Condizione Occupazionale dei Laureati di Almalaurea. Statistiche che evidenziano come a un anno dal conseguimento di un titolo universitario la retribuzione media netta da noi sia di circa 1.490 euro al mese. Retribuzione che sale a 1.800 euro a cinque anni dalla laurea. Chi va all’estero guadagna fino al 50-60% in più.

Oltre al divario economico, spesso il lavoro in Italia è precario e sotto qualificato, con contratti a termine (il 62,4% degli occupati tra 15 e 34 anni in Italia – dati Eures e Istat 2025 – ha un contratto a tempo determinato. E tra i 15 e i 24 anni la quota di precarietà all’ingresso nel mercato del lavoro supera l’80% delle nuove assunzioni, ossia: otto nuove assunzioni su dieci sono a termine) e scarsa valorizzazione delle competenze. Un aspetto, quest’ultimo, che risalta anche dai deboli investimenti nella formazione continua da parte delle imprese italiane (l’Italia è sotto la media Ue per intensità degli investimenti, ossia sul fronte della spesa per addetto, delle ore di formazione e di partecipazione effettiva dei lavoratori) e dalla loro difficoltà nell’attrarre giovani lavoratori qualificati da altre realtà. Il Rapporto Cnel 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati” afferma che solo l’1,9% dei giovani europei e statunitensi sceglie come destinazione l’Italia per lavorare. La Germania attrae il 20% dei movimenti giovanili, il Regno Unito il 16,9%, la Spagna il 15,4%, la Francia il 15,1%, la Svizzera il 14,7%.

Il problema, quindi, è complesso e ampio. Non esistono ricette facili per affrontarlo. Ma ognuno – scuola, politica, imprese, associazioni, istituzioni, cittadini – dovrebbe darsi da fare per porvi rimedio.

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