Un neoassunto su quattro è straniero: il mercato del lavoro italiano cambia volto. E a Belluno?

Marco Crepaz | 25 febbraio 2026 alle 09:34 | 0 commenti

Tempo di lettura: 4 minuti
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Il mercato del lavoro italiano sta vivendo una trasformazione profonda, che emerge con chiarezza dall’analisi del Centro Studi della CGIA di Mestre. Nel 2025, secondo le elaborazioni basate sui dati del Sistema Informativo Excelsior, le assunzioni previste di lavoratori stranieri raggiungono quota 1,36 milioni, pari al 23,4% del totale. Nel report si legge che «un nuovo assunto su quattro non è italiano», un dato che sintetizza l’evoluzione in corso.

Il confronto con gli anni precedenti conferma la portata del fenomeno. Rispetto al 2017, gli ingressi sono aumentati del 139%, mentre rispetto al 2019 risultano più che raddoppiati. La presenza straniera non è più episodica o legata a specifiche fasi economiche: è diventata una componente strutturale del sistema produttivo nazionale.

I settori che trainano la domanda di manodopera straniera

La distribuzione degli ingressi varia sensibilmente tra i comparti. L’agricoltura è il settore con la quota più elevata: il 42,9% delle nuove assunzioni riguarda lavoratori stranieri. Subito dopo si collocano il tessile‑abbigliamento‑calzature, con il 41,8%, e le costruzioni, con il 33,6%. Anche i servizi di pulizia e la logistica superano il 26%, mentre turismo e ristorazione si attestano al 24,8%.

In valori assoluti, la ristorazione è il comparto che assorbe più lavoratori stranieri, con 231.380 ingressi, seguita dai servizi di pulizia (137.330) e dall’agricoltura (105.540). Il Centro Studi CGIA sottolinea che «in molte zone del Paese, queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro», evidenziando una dipendenza ormai consolidata.

Un contributo essenziale per demografia, produttività e welfare

Secondo la Fondazione Leone Moressa, i lavoratori extracomunitari con almeno una giornata retribuita nel 2024 sono poco meno di 2,2 milioni. Le regioni con la maggiore incidenza sono Emilia‑Romagna, Toscana e Lombardia, tutte oltre il 16%.

Il contributo degli stranieri è determinante sotto diversi aspetti. Sul piano demografico, compensano il calo della popolazione in età lavorativa, in un Paese che invecchia rapidamente. Sul piano produttivo, coprono ruoli che spesso non trovano candidati italiani, soprattutto nei settori manuali, stagionali o a forte intensità di lavoro. Sul piano previdenziale, essendo mediamente più giovani, versano più contributi di quanti ne ricevano, contribuendo alla sostenibilità del sistema.

Il report lo afferma con chiarezza: «i lavoratori stranieri non sono un’aggiunta accessoria, ma una componente essenziale dell’economia italiana».

Reti migratorie, non “mestieri etnici”: come si distribuisce la forza lavoro straniera

Il documento del Centro Studi CGIA chiarisce anche che non esistono “specializzazioni etniche” in senso stretto. Le statistiche ufficiali non classificano per etnia, ma per cittadinanza o area geografica. Le concentrazioni settoriali derivano da dinamiche concrete: reti migratorie che facilitano l’ingresso in determinati lavori, domanda locale, difficoltà linguistiche iniziali, mancato riconoscimento dei titoli di studio e, in alcuni casi, politiche di regolarizzazione mirate.

È così che l’Europa dell’Est risulta molto presente nel lavoro domestico, il Nord Africa in edilizia e agricoltura, l’Asia meridionale nella ristorazione e nel piccolo commercio, mentre la comunità cinese si concentra nel tessile e nella ristorazione. Non si tratta di vocazioni culturali, ma di percorsi di adattamento e opportunità.

Focus sul Veneto: una regione che cresce più della media nazionale

Il Veneto si conferma una delle regioni italiane con la maggiore incidenza di lavoratori stranieri nelle nuove assunzioni. Nel 2025 gli ingressi previsti sono 153.060, su un totale di 525.550 assunzioni, con un’incidenza del 29,1%, superiore alla media nazionale. La regione si colloca al quarto posto in Italia, dopo Trentino‑Alto Adige, Emilia‑Romagna e Lombardia.

Questa forte presenza è coerente con la struttura economica veneta. Il territorio ospita alcuni dei distretti manifatturieri più importanti del Paese, dalla metalmeccanica al tessile, dall’alimentare alla plastica. In molti di questi comparti, la domanda di manodopera supera l’offerta locale, soprattutto per le mansioni operative e specializzate. A ciò si aggiunge il peso del turismo, che nelle province costiere e nelle città d’arte genera picchi stagionali difficili da coprire. Anche la logistica, in crescita costante, richiede personale aggiuntivo. L’invecchiamento della popolazione regionale contribuisce ulteriormente a ridurre la disponibilità di lavoratori italiani.

Focus sulla provincia di Belluno: tra turismo, manifattura e calo demografico

La provincia di Belluno rappresenta un caso emblematico delle dinamiche che interessano le aree montane e a bassa densità demografica. Il territorio bellunese è caratterizzato da una popolazione in calo e con un’età media tra le più alte del Veneto. Questo fenomeno riduce la disponibilità di forza lavoro locale, soprattutto nei settori che richiedono continuità o stagionalità.

Il turismo montano, in particolare nelle Dolomiti, genera una domanda elevata di personale nei periodi di alta stagione. Le strutture ricettive, la ristorazione e i servizi collegati faticano a reperire lavoratori italiani, soprattutto per le mansioni operative. Anche la manifattura — con l’occhialeria come settore simbolo — richiede figure tecniche e addetti alla produzione che non sempre trovano risposta nel bacino locale. Sebbene il documento non riporti dati provinciali specifici per Belluno, il trend regionale e le caratteristiche socio‑economiche del territorio indicano una crescente dipendenza dalla manodopera straniera, indispensabile per sostenere sia la filiera turistica sia quella industriale.

Le province italiane con la maggiore incidenza

A livello nazionale, la provincia con la quota più alta di ingressi stranieri è Prato, con il 55,5%. Seguono Gorizia e Piacenza (39,7%), Matera (36,4%) e Bolzano (35,1%). Milano è invece l’area con il maggior numero assoluto di ingressi, pari a 141.790.

Conclusioni

Il quadro delineato dal Centro Studi della CGIA di Mestre mostra un’Italia che cambia rapidamente. La crescita degli ingressi di lavoratori stranieri, la loro distribuzione nei settori chiave e il loro contributo demografico e previdenziale confermano un ruolo sempre più centrale. Veneto e Belluno rappresentano due esempi significativi di questa trasformazione: una regione industriale e turistica che richiede manodopera aggiuntiva e una provincia montana che, senza il contributo dei lavoratori stranieri, faticherebbe a sostenere la propria economia.

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