Luca Urpi. Da Agordo a Zurigo, tra radici e futuro

Simone Tormen | 27 maggio 2025 alle 16:20 | 0 commenti

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Berlino, Utrecht e ora Zurigo. Prima ancora Padova, Trieste e soprattutto Agordo, dove è nato e cresciuto. Luca Urpi ha cambiato spesso casa nel corso dei suoi quarant’anni di vita, seguendo le opportunità professionali ma anche un personale stimolo a scoprire il mondo, ad andare oltre, cercando nuove realtà. E pensare che quando per la prima volta si è trasferito in Germania non sapeva una parola di tedesco. Oggi ci ride su, ma se ripensa a quei momenti, ricorda ancora le difficoltà dell’impatto con l’emigrazione… «A Berlino ci sono abbastanza matti per strada e ti parlano in tedesco, o gridano verso di te. Magari non sono cattivi, è solo che se non capisci la lingua la prendi subito male e ti fai influenzare negativamente».
Dopo il percorso di laurea in Fisica tra le università di Padova e di Trieste, la specializzazione nel settore delle geoscienze, lavorando al prestigioso centro di ricerca GFZ di Potsdam, in Germania. Poi, tra il 2013 e il 2015, il trasferimento in Olanda, all’Università di Utrecht, prima di approdare al Servizio Sismico Svizzero, l’istituto della Confederazione competente per i terremoti (con sede presso il Politecnico Federale di Zurigo) per il quale ha lavorato fino a fine 2019. Zurigo dove, fra i vari impegni professionali e di ricerca (attualmente collabora con uno studio di ingegneria ad Aarau), senza ovviamente dimenticare quelli da papà del piccolo Miguel, Luca riesce anche a ritagliarsi del tempo per fare il presidente della locale Famiglia Bellunese. Insomma, sguardo proiettato verso il futuro, con un occhio sempre rivolto alle radici.

Hai girato l’Europa. Cosa ti ha spinto e ti spinge a muoverti?
Dopo la specialistica a Trieste volevo fare un’esperienza all’estero. Mi sono guardato attorno e ho trovato una proposta interessante per un dottorato a Potsdam, vicino a Berlino. Così mi sono trasferito e sono entrato nel mondo tedesco. Ho trascorso anche un anno in Olanda e poi sono rientrato nella capitale. Dopo cinque anni a Berlino, però, mi sentivo un po’ come su un’isola. La città è bella, vivibile e tranquilla, ma un po’ troppo a Nord per i miei gusti, troppo piatta, fredda e anche un po’ troppo buia in inverno. Ho provato a spostarmi più a Sud cogliendo un’opportunità a Zurigo.

Come è stato il primo approccio con l’emigrazione?
Ho il vantaggio di non essere un perfezionista e quindi ho fatto un po’ un salto nel vuoto. Ovviamente ho sempre cercato di non farmi imbrogliare, quindi, quando mi son trasferito a Berlino, nonostante ci andassi per rimanere molto tempo, all’inizio ho voluto trovare una sistemazione temporanea, così da poter capire come funzionavano le cose. Viverla in maniera temporanea e sapere di dovermi adattare mi ha aiutato. Non parlavo il tedesco e quindi ho cominciato a studiarlo. Berlino è una grande città e con l’inglese si può fare tutto, però si resta sempre un po’ in una piccola bolla se non si parla la lingua del posto.

Raccontaci del tuo lavoro.
Ho studiato Fisica e il tema che ho approfondito sono i terremoti, un fenomeno geologico, ma anche fisico. Mi occupavo della traduzione in modelli matematici dei terremoti e delle possibili cause. Ho iniziato ad applicare questi studi a Berlino, all’università, analizzando come le attività umane influenzano lo stato del sottosuolo, come si muovono i fluidi e come questo può portare a generare un sisma. Mi occupavo di una questione che nel 2010 iniziava a essere in crescita, facevo ricerca su un tema caldo nel settore. In Olanda ho lavorato in un centro di ricerca collegato all’università, ma con molte più applicazioni. A Zurigo lavoravo al servizio sismologico svizzero, l’equivalente dell’INGV in Italia (l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Ndr), un ente che si occupa di localizzare i terremoti, capirne le dimensioni e studiare come lo stato del sottosuolo può condizionare le attività sismiche del futuro. Ora lavoro con uno studio di ingegneria che opera molto con la geotermia e con lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. In Svizzera ci sono le centrali, le stanno spegnendo e devono pensare a dove collocarne i rifiuti, che possono essere molto pericolosi. Non sono grandi quantità, però il tempo nel quale possono provocare problemi anche seri è un tempo lungo. Quindi è una questione ingegneristica, geologica, ma anche sociale.

Hai vissuto e lavorato in diverse realtà. Stando lontano, come vedi l’Italia nel confronto con gli altri Paesi?
Più rimango via e più penso di essere neutrale nelle valutazioni, invece mi rendo conto di avere ancora più pregiudizi di quando sono partito. In più, l’Italia che ho in mente comincia a essere quella di dieci anni fa, mentre mi accorgo che diverse cose sono cambiate. Un dettaglio che ho notato nel mondo tedesco, e che deriva anche da come funziona il loro mondo scolastico, con una grande selezione precoce sui percorsi, è che c’è maggior convinzione su ciò che si fa. Mi spiego meglio: loro non guardano molto all’esterno e non sentono quel senso di inferiorità che spesso si può riscontrare in Italia, dove tendiamo a vedere ciò che c’è fuori come se fosse sempre migliore che da noi.

Pregi del nostro Paese?
Sicuramente il sistema sanitario, per come è pensato in Italia, è molto migliore di quello di tanti altri Paesi. Altro aspetto di rilievo è quello del cibo, che da noi è a tutti gli effetti un elemento culturale: noi abbiamo bene in mente che siamo ciò che mangiamo e di conseguenza abbiamo uno standard molto alto. C’è una cultura del cibo diffusa nella popolazione. Per noi non è solo questione di nutrirsi.

Zurigo com’è?
È una delle città più costose al mondo, ma lo stipendio è proporzionato. Faccio sempre il conto di quanti caffè potrei bere con uno stipendio a Milano e quanti a Zurigo, e alla fine a Zurigo, anche se costano di più, ne posso prendere di più. È una città moderna perché ha mezzi di trasporto pubblici, con un sistema capillare ed efficiente. Il clima è simile al nostro e mi piace. Ha due università che sono dei magneti perché attirano persone da tutto il mondo, quindi c’è la Svizzera tradizionale, ma anche quella internazionale. In generale, è una città con una buona qualità di vita.

Difetti?
Tutta la Svizzera vede gli zurighesi come arroganti. È inoltre sorprendente il fatto che, nonostante sia una città così ricca, su alcune tematiche sociali è ancora molto indietro. Un esempio è quello della maternità, che dura solo tre mesi. Diciamo che c’è ancora un’idea un po’ retrograda della donna che, se diventa madre, non deve lavorare.

Nei tuoi piani c’è la prospettiva del rientro?
All’inizio sono partito senza particolari progetti se stare via o meno. Facendo delle valutazioni pensavo: se ritorno, cosa faccio, dove vado? Per il ramo in cui lavoro potrei trovare impiego a Milano, ma non ci andrei a vivere. Quindi le due opzioni erano restare a Zurigo, oppure tornare ad Agordo.

A livello generale, cosa manca all’Italia per far rientrare i suoi talenti espatriati?
Credo che per provare a riattrarre le persone siano già state messe in campo tante misure, penso ad esempio agli sgravi fiscali e ad altre politiche di incentivo al rientro. Sinceramente, più di così temo sia difficile fare. Il problema vero è forse di sistema, perché alla fine anche le persone che vivono in Italia si lamentano di tante cose che non funzionano come dovrebbero. Quindi, riassumendo, i meccanismi per attirare le persone ci sono, e conosco dei colleghi che – anche un po’ a sorpresa – sono rientrati. Quello che frena i ritorni sono i problemi generali del Paese, tutto ciò che non va per il verso giusto sia per chi già ci vive sia per chi potrebbe eventualmente rientrare.

Un consiglio ai giovani bellunesi?
Parlando una lingua diversa, o almeno provando a studiarla, si può avere una prospettiva diversa. Conoscere un’altra lingua aiuta ad avere un punto di vista diverso. Poi, pensare che come esseri umani siamo sociali e, anche se c’è la competizione, quando si riesce a fare qualcosa di buono è quando si fa qualcosa insieme. Sapere il proprio valore e capire in che modo si può metterlo all’opera all’interno di una squadra. Intuire dove si può crescere e dove si può dare il proprio contributo. Guardarsi allo specchio e anche imparare ad accettarsi, puntare a migliorarsi ma saper anche dire: “Va bene, io sono così”.

Simone Tormen

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