Io sono uno zoldano-americano di terza generazione (mio nonno emigrò a Rhode Island nel 1898 circa, seguito, poco tempo dopo, dalla moglie e quattro figli; qui ne nacquero altri sei, e mio padre fu uno di questi). Poiché i miei nonni morirono a breve distanza l’una dall’altro, quando non avevo ancora un anno, e nessuno dei miei famigliari parlava l’italiano, o lo zoldano, mi sono dovuto affidare alle poche notizie in mio possesso e alle informazioni fornitemi dal compianto Rudy Favretti, cittadino onorario di Zoldo, grande architetto paesaggista americano, grazie al quale ho potuto approfondire le mie origini. Ecco la storia della mia famiglia.
Mio nonno, Giovanni Battista De Fanti, dei “Bettin”, nacque il 18 gennaio 1870 e crebbe a Villa, un piccolo paese sopra Forno di Zoldo. All’anagrafe parrocchiale risultava essere un “villico”. Il 9 febbraio 1893 sposò Giovanna Scussel, dei “Moch”, ed ebbe quattro figli: Emilio Antonio, Margherita, Paolo Achille e Maria Emma. Ho avuto il piacere di conoscerli, eccetto Margherita, la quale morì quando ero piccolo. Il papà di Giovanni Battista, Antonio, quindi mio bisnonno, nacque nel 1833 e morì nel 1892, mentre mio nonno era ancora in Italia. All’anagrafe risultava essere un “boaro”.
Durante gli anni 1890, quando il Veneto offriva solo miseria e povertà, mio nonno GioBa fu chiamato alle armi sia dagli italiani che dagli austriaci. Posseggo una foto di un giovane uomo che pensavo indossasse la divisa degli Alpini, ma era invece un’uniforme austriaca. Sopraffatto da una vita di stenti, fuggì in “Merica”, per stabilirsi nella città di Bradford, nel Rhode Island, dove esistevano miniere di granito. Trovò un lavoro massacrante, che poté affrontare solo grazie alla sua notevole statura e alla sua incredibile forza. Non rivide mai sua madre, e non ritornò mai in Italia. Non aveva né il tempo, né il denaro per permetterselo. Due sorelle lo raggiunsero, Lucia e Giovanna, dette “le sorde”. Esse però fecero ritorno in Italia e, durante una mia visita a Zoldo, ebbi modo di visitare la loro casa.
Giovanni si trasferì con la famiglia in una baracca malandata nel bosco, in periferia di Bradford, finché riuscì ad acquistare una piccola casa tipica, con struttura in legno a vista, attraverso un prestanome, chiamato “Englishman”, poiché nessuno avrebbe venduto case ad un immigrato. Lì, lui e Giovanna ebbero altri sei figli: John, Albert, Mario, mio padre Charles senior, e due bambine, che morirono entrambe in giovanissima età. A entrambe venne dato il nome di Emma, e mio padre si ricordava ancora le due piccole bare nel salotto.
Il nonno abbandonò la miniera quando il lavoro gli diventò troppo pesante e trovò un impiego in una tintoria che produceva uniformi per l’esercito americano. I colori erano molto tossici e si infiltrarono nelle falde acquifere, tanto da definire Bradford “Supersite Fund”, cioè una zona da bonificare. Chissà se ci saranno riusciti.
Una volta cresciuti, Paolo Achille, detto Paul, servì nella Prima Guerra mondiale, mentre Albert, il più giovane, fu arruolato nella Seconda. Mio padre le scampò entrambe: o perché troppo giovane, o troppo vecchio. Albert, non ancora sposato, gestiva un piccolo negozio di alimentari a Bradford e si prendeva cura dei genitori anziani; una volta chiamato alle armi, dovette lasciare i genitori da soli ad affrontare il gelido inverno del 1942/43. La casa era priva di riscaldamento o di impianto idraulico e sembra che entrambi siano morti di polmonite. Anche la mia nonna materna mancò nello stesso periodo, mentre mia mamma mi stava dando alla luce in un ospedale. Margherita morì di cancro al seno poco dopo. Fu un periodo devastante per la mia famiglia di cui, fortunatamente, non ho ricordi.
Gli altri figli intrapresero carriere più o meno di successo, com’era tipico tra gli immigrati italiani del ventesimo secolo. Emilio fu assunto come impiegato dalla ditta DuPont, a Wilmington, nel Delaware; John, l’unico a fare studi universitari, si fece benvolere come farmacista a Wakefield. Mio padre era un bravissimo meccanico autodidatta, che aveva fatto solo le scuole elementari. Si trasferì a New York City, dove fece il meccanico per il New York City Sanitation Department, il dipartimento d’Igiene, per tutta la vita. Albert, il più giovane, fece l’operaio per tutta la vita, ed era il più dolce e gentile di tutti i fratelli, ed assomigliava al padre per la sua forza.
Mary, una bellezza da favola, sposò un assicuratore a Cranston, Rhode Island, ed ebbe tre figlie. Margaret ebbe un solo figlio dal marito irlandese Tom, che prese il nome del padre. Tom junior diventò un bravo fotografo e agente per una società internazionale, la Davega, che produceva accessori.
Io e mio fratello siamo entrambi laureati: Tom in Informatica e io in Letteratura Inglese. Tom è un pioniere in Grafica visiva e realtà virtuale e insegna all’Università di California, a San Diego. Io sono stato docente di Letteratura Inglese e Americana alla Kean University per 36 anni. Tra le notizie tramandate, ricordo che una tragedia scosse la nostra grande famiglia: il figlio più vecchio di mio zio Mario fu ucciso dalla moglie squilibrata. La donna ebbe una condanna tutto sommato lieve, avendo figli da crescere, ma l’accaduto segnò le vite di Mario e della moglie Mary.
Purtroppo, a 82 anni, ho perso i contatti con le generazioni più giovani. Mi dispiace che non ci sia stata tramandata la lingua dei nostri antenati. Mio padre capiva lo zoldano, ma rispondeva soltanto in inglese. Io mi resi conto che la lingua che qualcuno parlava in casa era lo zoldano, e non l’italiano, soltanto durante la mia prima visita a Zoldo. Nonostante non parli l’italiano, sono profondamente legato alle mie origini, dove ho fatto ritorno diverse volte nella mia vita.
Charles DeFanti (nella foto assieme alla moglie Leni Fuhrman)
(traduzione Irene Savaris)




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