«Una tomba di fango». Il Vajont raccontato dai giornali internazionali

Simone Tormen | 31 ottobre 2025 alle 12:12 | 0 commenti

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«Nessun sopravvissuto, nessuna rovina, è il nulla totale». Con questo resoconto il quotidiano France-Soir dava notizia del disastro del Vajont. Sempre in Francia, Le Monde raccontava che «L’acqua di una diga ha sommerso l’alta valle del Piave a seguito di un’esondazione provocata da una frana», e il Paris-Presse-L’Intransigeant parlava di «Dieci villaggi sommersi dalle acque della diga».

All’indomani della sciagura, nelle edizioni tra il 10 e il 12 ottobre dei giornali in giro per il mondo la tragedia compariva su tutte le prime pagine. Dal Canada – con il Calgary Herald che titolava «Città italiane schiacciate. L’alluvione provoca 3000 vittime» – all’Europa, passando per il Sudafrica («Migliaia di morti nel disastro della diga del secolo», dal Die Transvaler) e per l’Oceania, dove la New Zealand Press Association, probabilmente a causa di informazioni ancora confuse, affermava: «Diga crolla vicino a Venezia. Migliaia annegati nei loro letti», per poi approfondire: «La diga di cemento del Vajont, alta 873 piedi, la terza più alta del mondo, è crollata poco prima della mezzanotte di ieri. Milioni di tonnellate d’acqua si sono riversati sulle comunità addormentate nella valle del fiume Piave. Si teme che le vittime siano migliaia. Longarone, una comunità di 2800 persone vicina alla diga, è stata segnalata come completamente sommersa. Almeno una mezza dozzina di altre comunità sono state colpite».

In Australia, il Canberra Times riferiva di tremila persone uccise da un disastro che «ha letteralmente spazzato via una mezza dozzina di villaggi». Sottostimava la portata della sciagura Bild, in Germania, contando «500 morti». Le Drapeau rouge, quotidiano del partito comunista belga, titolava «5 villaggi annientati dal diluvio del Vajont». Le Soir, sempre in Belgio, «Un deserto di fango ricopre i corpi di 3.000 vittime nella valle del Piave». Così invece De Standaard (Bruxelles): «Il bacino della diga tracima: 2000 morti?». L’Hawaii Times, quotidiano in lingua giapponese e inglese con sede a Honolulu, apriva l’edizione del 10 ottobre con il titolo: «Diga tracima: quattro città spazzate via», e in una ripresa del giorno dopo approfondiva spiegando che diecimila uomini stavano lavorando «febbrilmente per recuperare i corpi», mentre erano «vivi i timori di altre grandi frane» (12 ottobre).

Per l’Hawaii Hochi del 10 ottobre «il cedimento di una diga» aveva causato «4.000 morti in Italia».
Negli Stati Uniti, il Washington Observer utilizzava l’immagine di una «zona alpina trasformata in una vasta tomba coperta di fango», mentre il Desert News di Salt Lake City parlava di devastazione da «disastro biblico», riportando la cifra di «almeno quattromila morti», per una «tragedia umana che lascia spaventati e sgomenti». Di «catastrofe biblica» che «cancella dalla mappa una città italiana e provoca più di 4.000 vittime» parlava anche il Diário de Notícias di Rio de Janeiro.
Da Mosca, la Pravda scriveva: «La cima del Monte Toc si è rovesciata nel bacino idrico del Vajont. Una gigantesca valanga d’acqua di oltre 50 milioni di metri cubi, superando la diga, si è abbattuta sulla valle. I villaggi di Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e Faè ora esistono solo sulla mappa».

Sempre dalla capitale russa, sulle colonne di Gudok si poteva leggere: «Ieri, a tarda sera, una delle più grandi dighe d’Europa, situata a 80 chilometri a nord di Venezia, è stata travolta da una forte pressione d’acqua. Il paese di Longarone, situato vicino alla diga, è completamente sommerso. I collegamenti con il luogo della catastrofe sono interrotti. Ci sono decine di morti e centinaia di feriti».
«Visioni apocalittiche» e «Visioni d’orrore» erano le frasi utilizzate rispettivamente dagli elvetici Courrier de Genève e Journal du Jura. Quest’ultimo spiegava che a Longarone «Non resta più una pietra sopra l’altra (…) in quello che non è più che un vasto cimitero senza croci né tombe» e raccontava il rientro degli emigranti – «uomini e donne dagli occhi arrossati» – che «sostenendosi gli uni con gli altri, cercano il luogo della casa dei parenti».

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